Padre Paolo Berti “Padre, ho peccato verso il cielo e davanti a te”

IV Domenica di Quaresima – Laetare (Anno C)  (27/03/2022)

Vangelo: Lc 15,1-3.11-32

Il giovane della parabola decise di diventare un grande, di vivere all’insegna dell’indipendenza dal padre, pensato come oppressore. Prima chiese che venissero definite le parti di eredità tra lui e il fratello, presentando la cosa come elemento di chiarezza tra di loro e il padre. Sembrava che tale divisione avrebbe potuto eliminare dubbi circa la preferenza del padre nei confronti di uno dei due fratelli, mentre conservava intatta l’autorità paterna. Ma tutto ciò era solo un primo passo per il figlio minore, che dopo pochi giorni consumò lo strappo col padre e il fratello prendendo le sue cose, cioè i denari della sua eredità, e andandosene. Egli pensò con il denaro di costruirsi una cerchia di amici, di persone sicure; ma ben presto si trovò in condizione di fallimento: tutti gli avevano soltanto spillato soldi. Così, quando giunse in quel paese una carestia cominciò a trovarsi gravemente nel bisogno. Alla fine si ridusse a fare il mandriano di porci, con il compenso di poco cibo, al quale non poteva aggiungere, per avere un po’ di sazietà, neppure le carrube destinate ai porci. La fame, l’umiliazione, il fallimento finirono per farlo rientrare in se stesso, cioè lo condussero al ragionamento. A casa di suo padre, già pensato quale padre-padrone, i servi stavano ben meglio di lui, finito tra i porci e sotto la sferza del padrone. Tornare dal padre era la cosa più sensata. Gli fu chiaro che aveva offeso suo padre e che non poteva ritornare a casa in qualità di figlio. Pensò e trovò le cose giuste da dire al padre affinché lo prendesse tra i suoi servi. Il figlio minore pensava che il padre lo avrebbe fatto attendere a lungo, poi gli avrebbe rimproverato il suo allontanamento e avrebbe calcato la mano sul suo misero fallimento, ma era pur certo che il padre lo avrebbe poi messo tra i suoi garzoni e non scacciato. Di questo era certo il figlio; e questo lo percepì subito il padre quando vide da lontano il figlio scapestrato, smagrito con dei cenci addosso e con il capo basso. Ed è a questo punto che la parabola esprime tutto il suo abbagliante contenuto. Cosa fece il padre? La prima cosa che fece è riconoscerlo da lontano, anche se smagrito, con la barba incolta e le vesti da pezzente; il padre non si era dimenticato di lui e sempre aveva guardato l’orizzonte, nella speranza di vedere tornare il figlio. La seconda cosa che fece è che si commosse profondamente; dunque non rimase sulle sue, non volle lasciarsi afferrare dal rancore. La terza cosa fu che gli corse incontro, cioè volle accorciare, per impeto d’amore, il tempo della separazione. La quarta fu che gli si gettò al collo e lo baciò. Non lo abbracciò – si noti -, ma gli si gettò al collo: nessun atteggiamento sostenuto nel padre. La quinta fu che alle parole del figlio non fece seguire altre parole che non fossero di un ordine ai servi che vestissero di abiti nobili il figlio, gli si mettesse un anello d’oro al dito e che si facesse festa. Il comportamento del padre risultò al figlio sorprendente, sconvolgente: di colpo capì che non aveva mai compreso il cuore del padre, anzi che questo era al di sopra della sua capacità di comprensione. Il fratello maggiore, molto ossequiente al padre, infelicemente mostrò lui pure di non aver compreso il cuore del padre, rinfacciandogli di non avergli mai dato un capretto per far festa con gli amici, e anzi considerò il padre come un ingiusto, visto che aveva accolto con festa il figlio dalla vita dissipata, e tratteggiò con sdegno il fratello minore, presentandolo, senza la luce di alcuna informazione, come un dissoluto che aveva consumato le sue sostanze con le prostitute. Al figlio minore che era ritornato il padre non dovette dire parole, solo comunicare il suo commosso amore, altro non c’era da fare, invece con il figlio maggiore furono necessarie molte parole piene di paziente dolcezza. Il padre gli dovette dire che i beni li aveva in comune con lui, e perciò avrebbe potuto disporne nel giusto caso di un banchetto con gli amici. Il figlio maggiore, pur disapprovando la divisione dei beni voluta dal fratello minore, aveva giudicato l’idea della comunione dei beni col padre come oppressiva, mentre il figlio minore se n’era potuto andare via con i suoi beni. Il padre, amorevolmente paziente, gli ricorda che nel giusto poteva disporre dei suoi beni. Quanto al figlio ritornato pieno di pentimento, bisognava fare festa per reintegrarlo nella sua dignità davanti a tutti.
Entrambi i fratelli si trovarono nella condizione di riconoscere la grande bontà del padre, e ciò fu la base per la loro riconciliazione. E’ la prospettiva, che si attuerà (Rm 11,12), dell’incontro di Israele (il fratello maggiore che rifiutando la fede in Cristo, nel quale si è manifestata la misericordia del Padre per tutti gli uomini, vuole restare fuori dalla casa in festa) con i pagani (il fratello minore che si è allontanato e che è ritornato), che ora sono reintegrati nella dignità di figli, anzi sono veri figli adottivi di Dio, perché hanno creduto in Cristo, misericordia del Padre, nell’unità della Chiesa (la casa in festa).
La parabola parla di una carestia che colpisce il paese in cui si trovava il figlio minore. C’è sempre una carestia là dove manca l’amore. Là fu una carestia causata dalla stagione, altre volte la carestia è causata dall’odio, dalla guerra, altre volte da una dissoluzione economica. In tutti i casi Dio aspetta l’uomo che rientri in se stesso, vedendo i risultati dei suoi comportamenti.
La prima lettura ci presenta, opportunamente nell’accostamento delle letture di oggi, che dove c’è fedeltà a Dio c’è il necessario per la vita e tanta pace e letizia di cuore. Allontanarsi dalla casa del Padre vuol dire entrare in una prospettiva fallimentare. Ma è fallimentare pure restare nella casa del Padre in termini formali, di amore apparente e non sostanziale. E’ terribile essere come il fratello maggiore che obbedisce al Padre avendo il cuore assente, e in tal modo non obbedisce al comandamento dell’amore. Quante volte nelle comunità cristiane quando il sacerdote accoglie il figliol prodigo molti “fratelli maggiori” prendono le distanze dal pastore e guardano con ostilità la pecorella che è ritornata. Il punto difficile di una comunità è precisamente l’accoglienza gioiosa di quelli che, riconciliati con Cristo e con la Chiesa, sopraggiungono. Questi sono troppo spesso visti come una minaccia per i quadri consolidati, che invece di essere consolidati secondo l’umano dovrebbero essere consolidati secondo la carità. La missionarietà delle comunità parrocchiali non parte mai se prima non c’è la disposizione gioiosa all’accoglienza. Infatti chi non vuole accogliere, chi sente minacciato il proprio acquartieramento, frena sempre l’evangelizzazione, anzi quasi quasi si rallegra, mentre ufficialmente se ne dispiace, che ci siano poche pecorelle che ritornano, se no chissà quanto lavoro in più, ma soprattutto quanto rinnovamento del cuore occorrerebbe per armonizzare nella pace il fratello minore con quello maggiore! Noi spesso vorremmo che il nuovo venuto nella comunità fosse una realtà impersonale, non cambiasse nulla di quanto esiste, non impegnasse a crescere, a purificare i rapporti interpersonali esistenti. Ma una comunità, può fare questo, deve fare questo, poiché ha il luogo dell’incontro, dell’armonizzazione, dello sviluppo: l’Eucaristia. Un’Eucaristia vivamente celebrata è fonte di comunione ed è desiderio di accoglienza nella comunione di altri e altri. E’ questo desiderio a determinare la missione. Dice san Giovanni nella sua prima lettera (1,2): “Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo”.
La parabola del padre misericordioso si presta, infine, anche a diffondere luce sulla realtà familiare. Il dissidio tra il figlio maggiore e quello minore è da prevedere e viene risolto da un’equanime affetto dei genitori. Quando manca questo si crea uno squilibrio. E’ lo squilibrio che si creò subito dopo il peccato. Caino, il primogenito, venne accolto da Eva con le parole: “Ho acquistato un uomo grazie al Signore”. Per Abele Eva non ebbe tali parole. Una differenza di trattamento che creò l’inizio dell’orgoglio di Caino nei confronti di Abele. Poi, quando il sacrificio di Abele venne gradito da Dio e quello di Caino no, si scatenò un disappunto totale nel primogenito con la conseguente ribellione a Dio e l’uccisione del fratello. Sempre bisogna, dunque, essere giusti e affidarsi alla forza dell’amore. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it/


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