Don Paolo Zamengo”Un padre scandalosamente padre” Lc 15,1-3.11-32

IV Domenica di Quaresima – Laetare (Anno C)  (27/03/2022)

Vangelo: Lc 15,1-3.11-32

C’è chi osa cambiare il titolo alla parabola di oggi. Non più “parabola del
figlio prodigo”, perché il vero protagonista è il Padre. Quel padre è
veramente prodigo in amore.
È una parabola suggestiva dentro il nostro cammino quaresimale che
chiama tutti a conversione, cioè a ritornare a casa, a ritornare al luogo
della nostra verità più vera, abbandonando le nostre innumerevoli fughe
e i nostri pregiudizi. È un invito a somigliare sempre più all’immagine di

Dio che ci abita.
Dove inizia il cammino di conversione? Il Vangelo è sconcertante: inizia da un banchetto, il
banchetto con i peccatori. È scandaloso, ma è il vangelo, è lo scandalo del vangelo. E se togliamo questo scandalo al vangelo, togliamo il vangelo stesso, togliamo la buona notizia.
La buona notizia è che Gesù “riceve i peccatori e mangia con loro”. Con i peccatori, inaudito! Se avesse mangiato con i convertiti, tutti si sarebbero rallegrati. Scandaloso è invece l’amore di Dio. Il figlio maggiore infatti protesta: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito i tuoi comandi, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi averi con le prostitute, è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso”.
L’amore incondizionato scandalizza il figlio maggiore che sognava una paternità misurata sulla sua obbedienza. Questo figlio aveva chiuso l’amore del padre dentro la gabbia dei calcoli chiusa in una rigida proporzionalità. Il padre invece misura l’amore sul suo legame, sul volto del figlio. Al di là di tutto, al di là della fuga da casa, al di là dei meriti.
Al di là di tutto, quel ragazzo è suo figlio, eternamente suo figlio. Ed è questo inestricabile rapporto che il padre tenta dì spiegare al figlio maggiore che si era rifiutato di entrare alla festa e lo aveva messo sotto accusa: “Questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi averi con le prostitute…”.
Il figlio maggiore vuole tirarsi fuori da un rapporto: “il tuo figlio”. E il padre: “Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita”. Forse è questa la conversione da fare. La conversione che ci è difficile.
È più facile che ritorni a casa chi se n’era andato e si commuove per un padre che non lo degrada: “Trattami come uno dei tuoi servi”. Più difficile fa rientrare la durezza che spesso abita quelli di casa: rimangono fuori dalla casa della misericordia, il padre esce a invitarli ma invano.
Che si sia convertito il figlio minore, il dissoluto, è confermato dalla parabola. Che si sia convertito il figlio maggiore non è detto. Ma c’è da augurarselo. Era stato una vita nella casa di quel padre e non aveva capito per il suo cuore; un padre esagerato nella fiducia che non sta, come facciamo noi, a precisare, a sottilizzare. Perché è un padre scandalosamente padre.
Forse noi avremmo avanzato qualche dubbio sul ritorno del figlio minore. In fondo era un ritorno molto interessato, ritornava per fame. E invece il padre lo veste, così come Dio vestì Adamo ed Eva nel giardino del peccato, li vestì nella loro nudità, con la stessa tenerezza.
C’è da chiederci se siamo figli di questo padre. Se ancora, come Gesù, siamo capaci dello scandalo della tenerezza o se, invece, pretendiamo condizioni e requisiti di idoneità, a nostra misura, per chi vorrebbe entrare al banchetto, ma finiamo per dimenticare l’esempio di Gesù che “riceve i peccatori e mangia con loro”.


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