P. Gaetano Piccolo S.J. Commento Domenica 27 marzo – Quarta di Quaresima

IV Domenica di Quaresima – Laetare (Anno C)  (27/03/2022)

Vangelo: Lc 15,1-3.11-32

«Ma, come quel figlio minore,

hai pascolato i porci;

ecco hai perduto tutto,

sei rimasto indigente

e sei tornato tardi e sfinito.

Comprendi ora come

quel che il Padre ti dava,

lo custodiva egli stesso

con più sicurezza»,

Sant’Agostino, Discorso 177,9

Tutti ci perdiamo

Nella vita ci si perde. Ci si perde nelle relazioni quando si è stanchi, quando si pensa che la propria felicità sia altrove, quando si teme di sprecare tempo. A volte poi si ha solo l’illusione di essere rimasti in una relazione, ma in realtà il cuore è da tempo altrove. Eppure ogni volta che qualcuno si perde, c’è qualcun altro che sta cercando, perché chi si perde lascia un vuoto, crea una mancanza: c’è sempre un pastore che cerca la pecora, una donna che cerca la moneta, un padre che cerca un figlio! La parabola che ci viene presentata nel Vangelo di questa domenica viene raccontata da Gesù per coloro che si ritenevano giusti, cioè per coloro che pensano di non essersi mai persi nella vita. Il primo scopo del racconto allora è forse proprio quello di aiutarci a prendere consapevolezza di come anche noi a volte, anche senza accorgercene, ci siamo persi.

Coloro che scelgono di perdersi

Il figlio minore è uno che ha scelto di perdersi: rappresenta quelle persone che cercano l’amore senza vincolo, come se si potesse prendere senza dare nulla di sé. Per queste persone, gli altri possono anche morire, vedono solo il proprio bisogno. Sono fondamentalmente dei bambini, concentrati solo su di sé. Il padre permette di fare questo cammino, nella speranza che sia la strada per crescere. Il padre infatti muore per i figli, si fa da parte, si divide, si spezza: divise tra loro le sostanze, dove questa parola ‘sostanza’ rimanda all’essenza, è il padre, nella sua natura, che si spacca per il figlio. Ma in questo cammino di crescita il figlio minore deve passare attraverso la spogliazione della propria dignità: da figlio diventa servo, addirittura si incolla a un padrone, proprio lui che cercava un amore senza impegno. Forse per questo si convince, come tante persone, che non sia possibile stare in una relazione se non da servo. Anche quando decide di tornare dal padre, immagina un futuro da garzone nella casa di famiglia. Solo una persona che ci ama veramente può aiutarci a scoprire che si può stare in una relazione senza sentirsi servo, ma questa è l’esperienza che facciamo soltanto laddove sperimentiamo un amore autentico.

Coloro che si illudono di essere rimasti

Anche il figlio maggiore è uno che si è perso, solo che non se ne rende conto. Questo figlio rappresenta coloro che continuano a mettersi in relazione un po’ come bambini adattati, un po’ come adolescenti. Da una parte infatti ha vissuto fino a quel momento cercando di compiacere il padre: fa il suo dovere per essere visto, ma dentro si porta tanta rabbia e tanta frustrazione. Vorrebbe fare altro, ma si sacrifica per fare il suo dovere. Si comporta però anche da adolescente, perché vive di competizione: si confronta continuamente con gli altri, ha sempre paura di non essere all’altezza e per questo motivo è pieno di rabbia. Come sempre, quando siamo arrabbiati diventiamo cechi e non vediamo più come stanno veramente le cose. La rabbia ci porta ad assolutizzare, esageriamo, contaminando ogni aspetto della relazione. All’improvviso tutto sembra da buttare via. La spia è quel mai pronunciato dal figlio maggiore davanti al padre: «non mi hai mai dato un capretto per fare festa». Può darsi che qualche volta il capretto sia mancato, ma quando siamo arrabbiati tendiamo a dimenticare anche tutto il bene che c’è stato. È così che il figlio maggiore scopre di essersi perso, chissà da quanto tempo. Il testo ce lo presenta infatti come estraneo: non sa quello che avviene nella casa di suo padre e deve chiederlo a un servo, nel racconto non entra mai in casa, è estraneo persino alle relazioni al punto da non pronunciare mai la parola fratello!

Cammini di riconciliazione

Per entrambi i figli, per tutti noi, il padre costruisce dei cammini di riconciliazione, a partire da dove siamo, dalle situazioni in cui ci troviamo. Non dice solo delle parole, ma fa dei gesti concreti. Il padre non ha mai smesso di aspettare il ritorno del figlio minore. Gli corre incontro, vedendolo da lontano, come se non avesse mai smesso, ogni giorno, di scrutare l’orizzonte, come se il suo sguardo fosse rimasto sulla figura del figlio mentre si allontanava. Lascia che il figlio riconosca di aver sbagliato, lascia che ne prenda consapevolezza, ma non gli permette di pronunciare l’ultima parte del discorso che il figlio minore aveva preparato, non gli lascia chiedere di essere trattato come un servo: quel figlio è sempre figlio e questa dignità non può togliergliela nessuno!

Gesti concreti

Il camino di riconciliazione passa attraverso dei segni concreti: il primo segno è il vestito, mediante il quale il padre ridona la dignità al figlio, lo copre, ripetendo quel gesto che Dio aveva compiuto nei confronti di Adamo ed Eva quando avevano deciso di andarsene dal giardino dell’amicizia che era stata loro donata. Il padre rimette l’anello al dito al figlio: è l’anello che reca il sigillo, gli restituisce i beni che ha sperperato. È un segno di fiducia, perché la riconciliazione non può essere accompagnata dal sospetto o dalla prova. Una relazione si ricostruisce quando si è disposti a ridonarsi la fiducia. Al figlio sono anche rimessi i calzari ai piedi perché solo il servo va a piedi nudi, ma il figlio deve ritornare in quella casa da persona libera: una relazione è autentica quando ci si sente liberi di starci. Ma il segno più importante è certamente quello del vitello ucciso per fare festa: è il segno che dice l’importanza della vita dell’altro. Sono riconciliato con l’altro quando sono capace di celebrare la sua vita!

Decidersi

Questo cammino di riconciliazione è compiuto dal padre anche nei confronti del figlio maggiore, a partire dalla sua situazione, lo raggiunge dov’è. Il figlio maggiore è fuori ed è lì che il padre lo trova. Il padre non banalizza la delusione del figlio e non minimizza il suo rancore, ma si mette davanti a lui con la sua fragilità, gli presenta il suo cuore e riparte dalla comunione: tutto quello che è mio, è tuo. Lo invita ad aprire gli occhi su quella comunione che non è più capace di vedere. Alla fine tutto rimane aperto: le porte della casa, ma anche il racconto, che non ha una conclusione. Così anche noi siamo chiamati a rimanere aperti davanti a chi se n’è andato, a chi ci ha traditi, a chi ci ha lasciato morire. Ma il racconto è aperto anche perché ciascun lettore deve prendere posizione, siamo chiamati a decidere se ritornare nella casa o se preferiamo rimanere fuori.

Leggersi dentro

– È capitato anche a me di perdermi nella mia vita?

– Ci sono cammini di riconciliazione che il Signore mi sta invitando a costruire?

P. Gaetano Piccolo S.I.

Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va/


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