Paolo De Martino “Lo spettacolo dell’Amore”

Domenica delle Palme (Anno C) (10/04/2022)

Vangelo: Lc 22,14-23,56

Siamo arrivati finalmente al cuore del vangelo: la passione e morte di Gesù. In fondo i vangeli non sono altro che «narrazioni della passione con una estesa introduzione» (M. Kähler).

Il racconto della passione di Luca è la tappa conclusiva del cammino di Gesù che attraversando la Galilea l’ha portato sino a Gerusalemme.

In Luca la passione perde il suo carattere crudo, di scandalo e ignominia e appare una via, certo dolorosa ma indispensabile, da percorrere con serenità e fiducia. Luca evita i toni forti e non riporta gli episodi più violenti e infamanti per Gesù: i discepoli sono rimasti fedeli nelle prove; nel Getsemani si addormentano solo una volta e non tre ed è un sonno di tristezza; un angelo lo consola nel Getsemani; i nemici non presentano falsi testimoni come negli altri vangeli; Pilato per ben tre volte tenta di liberarlo perché è innocente; ricorda il lamento pietoso delle donne; il popolo è addolorato e perfino uno dei due ladroni è “buono”. Il Vangelo di Luca è il solo in cui Gesù compie un miracolo durante la passione («E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì»), gesto che rileva ancora una volta la misericordia di Gesù. Insomma, in Luca Gesù si preoccupa di tutti, comprende e perdona i suoi nemici.

Ora fermiamoci e ammiriamo lo “spettacolo della croce” come lo chiama Luca, lo spettacolo dell’amore. Immergiamoci nelle sue ultime ore di vita, in quest’atmosfera fatta di silenzio, paura, dolore e tradimenti. Sono i giorni dell’angoscia di Gesù di Nazareth: gli uomini comprenderanno finalmente? Oppure il Figlio di Dio resterà tra i tanti crocifissi anonimi della storia? Gesù sceglie di morire, gioca la sua ultima carta, la morte di Dio.
Contraddizione

Nella Passione è raccontata una contraddizione. La folla che accoglie Gesù in maniera trionfale, entusiasta, che grida «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!» (Lc 19,37) è la stessa che qualche giorno dopo grida, «crocifiggilo!». Perché raccontiamo questa contraddizione? Perché la Passione è animata da contraddizioni. Pietro dice di essere disposto a sacrificare la vita per il Signore, ma crollerà davanti alla domanda di una semplice serva. E i discepoli? Sono stati con lui notte e giorno per tre anni, ma nel momento più doloroso del Maestro si addormentano o scappano. Per non parlare di Giuda, uno dei dodici. Amico lettore, quando leggi i racconti della passione, non ci sono buoni e cattivi, ci siamo noi, con le nostre luci e le nostre ombre. Siamo noi i discepoli che scegliamo di stare dalla sua parte ma che a volte, sul più bello, scappiamo, tradiamo, e magari d’accordo con il Pilato di turno crocifiggiamo Gesù fuori da Gerusalemme, cioè lo mettiamo fuori dalla nostra esistenza. Solo se abbracciamo questa contraddizione, possiamo vivere bene la Pasqua, perché la celebrazione della Passione è la celebrazione di un grande fallimento, diventato poi una grande vittoria. Se accettiamo di essere contraddittori, falliti, allora possiamo dire da che parte vogliamo stare. Questa è stata la storia dei discepoli, perché questa è la storia di ogni discepolo.
Spettacolo

E’ uno spettacolo, dice Luca. «Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo». Sì, lo spettacolo dell’amore, della passione di Dio per l’uomo. Il corpo straziato di Gesù di Nazareth è la trascrizione autentica del volto di Dio. Prima di andare avanti, amico lettore, ti chiedo: davvero vuoi un Dio così? Un Dio che non risolve i problemi, che lava con cura i piedi sporchi di chi lo sta per tradire, che non elimina il dolore ma lo condivide, che non ci salva “dalla” sofferenza ma “nella” sofferenza, che non ci salva “dalla” morte ma “nella” morte, che muore solo come un cane. Sicuro di volere un Dio così?

Le guarigioni, l’aver sfamato cinquemila persone, i miracoli non hanno evitato la condanna a morte. Si alza sempre il tiro con Dio, si alza sempre la posta.

Gesù, sale al calvario in mezzo alla folla distratta di Gerusalemme. Immagino il suo volto ricoperto di sangue che cerca di intravedere, sotto la corona di spine, qualcuno dei suoi dodici amici. Niente da fare. Troppa paura. E poi si aspettavano altro, una rivelazione potente, e invece… Non avevano compreso che Dio è onnipotente solo nell’amore.

Gesù non ce la fa più. L’ignaro Simone di Cirene è caricato della croce. Ci siamo, il corteo è arrivato sul luogo detto Cranio. A terra, gli sono conficcati chiodi lunghi venti centimetri, ai polsi e ai piedi: su quel legno termina la storia di Gesù di Nazareth. Satana torna per un’ultima provocazione: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». Lui resta lì perché la croce è la rivelazione definitiva della natura dell’Amore, di come funziona, di come si comporta.

La croce è lì a ricordarci che Dio è intervenuto (e continua a farlo ogni istante) nel male immergendosi fino in fondo, prendendolo su di sé, portandone tutte le conseguenze. L’ultima parola è per il Padre: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» e poi il silenzio.

“Forse doveva andare così”, avranno pensato i discepoli: il forte vince, il debole perde. Con la chiusura del sepolcro sono seppellite anche le speranze che Gesù aveva acceso nei loro cuori. I discepoli ancora non sanno che quel silenzio è quello prima della gioia, perché l’Amore non può marcire in un sepolcro.
Amore

Non è la sofferenza di Cristo che ci ha redento dal male, ma il suo amore, un amore giunto a dare la vita, fino alla morte di croce. Davanti al crocifisso non esclamiamo “quanto ha sofferto” ma “quanto ci ha amato”. Come scrive san Paolo ai Galati, Cristo «mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). La croce non è il segno della sofferenza di Dio, ma del suo amore.
È il segno della passione, della “sua” passione per noi.
Atteggiamenti
Ti propongo due atteggiamenti da tenere, amico lettore.

Il primo: siediti e ammira questo spettacolo dandoti del tempo. Fermati e contempla.

In Quaresima siamo noi i protagonisti (preghiere, sacrifici, penitenze), nella Passione il protagonista è Lui. Nella vita spesso ci chiediamo cosa possiamo fare per Dio, nella Passione contempliamo attoniti cosa Dio ha fatto per noi. Mettiti da parte e ripercorri gli ultimi istanti della vita del rabbi di Nazareth.

Il secondo: prova a vedere se ci sei nello spettacolo della Passione.

Uno spettacolo è fatto di attori protagonisti, di comparse, io credo che ci siamo tutti.

E tu? Che personaggio sei? Magari, in questo periodo, ti riconosci negli apostoli paurosi, in Giuda o in Pietro, nel centurione, nelle donne sotto la croce… Fermati a contemplare in silenzio e vedrai che ci sei, ci siamo davvero tutti.

Un’ultima avvertenza: se al racconto della Passione ti avvicini per “capire”, ti scivolerà addosso inutilmente. Se desideri che incida sulla tua esistenza, permetti che scriva sul tuo corpo. Siamo stati amati con il corpo, e con il corpo dobbiamo amare.

La bella notizia di questo brano? Gesù sceglie di morire per amore, per essere con me e come me, perché io possa essere con Lui e come Lui.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


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