LUCIA VANTINI “FRAMMENTI DI BENE NELLA STORIA FERITA”

17 aprile – Pasqua di Resurrezione

Liturgia: At 10, 34.37-43; Sal 177; Col 3, 1-4; Gv 20, 1-9

Maria di Magdala va alla tomba di Gesù mentre fa ancora buio e si accorge che la pietra è stata spostata. Nell’agitazione del momento, cerca subito qualcuno con cui condividere quell’inquietante sorpresa e corre da Simon Pietro e dal discepolo amato: «Hanno portato via il mio Signore dal sepolcro e non so dove lo hanno messo!». Sono parole che esprimono uno strappo del cuore: era il “suo” Signore ed è il corpo dell’uomo seguito e amato, che ora non si trova.

Glielo hanno portato via due volte. Prima è stata la morte. Una morte annunciata, dura e ignominiosa si è presa tutta la vita di Gesù, con la sua voce, i suoi gesti e il suo modo di stare al mondo. E ora, qualcuno ha rubato ciò che di quella vita restava: il cadavere. Maria di Magdala lo cerca perché sa che quel corpo esanime può ancora ricevere pietà. È sempre così che inizia l’elaborazione di un lutto: con un corpo morto che raccoglie il dolore offrendo in cambio consolazione. Quando i corpi mancano, invece, le lacrime si disperdono, i ricordi scivolano troppo in avanti e anche le preghiere finiscono per sperare l’impossibile.

Lo sanno le donne e gli uomini che oggi cercano i corpi delle persone amate, inghiottite dal buio di guerre decise da altri. Ne hanno bisogno per dare una minima forma a un dolore imprevisto e insopportabile, esasperato da immagini e notizie di fosse comuni, di cadaveri sulle strade, di scarpe e oggetti per terra e senza passato, di macerie dove prima c’erano case, scuole, ospedali.

Di fronte a tutto questo emergono domande impegnative. Come si può invertire il cammino della storia divenuta violenza? Ci sono davvero in questo mondo pietre spostate, bende, sudari e corpi mancanti, che possiamo rileggere in senso pasquale come segni di un’altra vita possibile?

Non si può rispondere senza fare il percorso indicato nel vangelo. Nella scena giovannea c’è fede, ma è la fede di una Maria di Magdala che non ha ancora incontrato il Risorto e di due discepoli che «non avevano ancora compreso la Scrittura» e dunque non potevano immaginare un Crocifisso vivente. Lo riconosceranno poi, attingendo a qualcosa di comune, custodito nella loro memoria affettiva. È il suono di una voce familiare ascoltata tante volte e amata in profondità, voce che chiamerà Maria per nome e che augurerà “pace” a tutti i discepoli, senza tacere delle ferite.

La sapienza pasquale che ancora oggi ci è donata chiede di nuovo memoria di quella voce che conosce i nostri nomi uno per uno e che annuncia la pace attraverso ferite. Le ferite del Risorto, scrive il teologo ceco Thomas Halík, non sono mai prove d’identità, ma preziose indicazioni di come si fa a cercare e trovare Dio quando il suo corpo manca.

Si tratta allora di toccare le piaghe di coloro che soffrono, con la voce di Cristo trattenuta nella memoria.

Senza questa voce, si finisce per parlare la lingua dell’urgenza, una lingua che chiede sempre sangue. Chi osa dire “basta!”, come fece Gesù rispondendo a coloro che gli avevano offerto due spade in vista del suo arresto, forse non è qualcuno che si è perso nei sogni di domani, bensì qualcuno che ha imparato a ricordare quella voce e a fare tesoro di ogni frammento di pace incontrato nella storia ferita. È questa la Pasqua. È di questa paziente raccolta dei frammenti di bene che vive la fine di ogni guerra. (lucia vantini)

di LUCIA VANTINI

Fonte:https://www.osservatoreromano.va/


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