Rosalba Manes “Il soffio della nuova creazione”

II Domenica di Pasqua (Anno C) (24/04/2022)

Vangelo: Gv 20,19-31

Quando la vita è minacciata, la paura spinge a fuggire e a nascondersi. Sin dalle prime pagine della Bibbia l’essere umano ammette: «ho avuto paura… e mi sono nascosto» (Gen 3, 10). Anche un profeta di fuoco come Elia, quando si sente in pericolo, fugge e contempla persino l’ipotesi estrema di uscire definitivamente di scena (cfr. 1Re 19). La paura, dunque, è una costante dell’esistenza che può aiutare a scampare certi pericoli ma che, al tempo stesso, può paralizzare e far perdere la memoria della bellezza che abita la propria vita. Per questo la storia dei chiamati è costellata da innumerevoli «non temere» che Dio pronuncia per infondere fiducia e assicurare il suo sostegno.

Anche i discepoli di Gesù, che egli ha chiamato «amici» (Gv 15, 15) e sui quali ha riversato il suo amore a profusione (cfr. Gv 13, 1; 15, 9.12.13), dopo la Pasqua si rintanano in casa «per timore dei Giudei» (Gv 20, 19). Temono retate e se ne stanno a porte chiuse. Ma il desiderio che il Signore ha dei suoi è più forte di ogni isolamento o prudenza e non c’è porta chiusa che possa trattenere il Risorto dopo che ha spalancato le fauci della morte e il sepolcro. Egli è il Signore anche della materia e questa si rende docile, totalmente disponibile a lui. Perciò il Risorto, con passo delicato, entra a porte chiuse per stare «in mezzo» (Gv 20,c19), permettendo ai suoi di ritrovare il centro della loro esistenza e mettere in fuga la paura e la tristezza della prova e della morte. Con il Risorto al centro quegli uomini che, standosene da soli, rischierebbero di essere un gruppo o una comitiva qualunque tornano a sentirsi un corpo, una comunità credente, un’autentica comunione di persone. Sono nuovamente tralci uniti alla vite che trasmette loro linfa per vivere e portare frutto (cfr. Gv 15, 5).

Il Risorto visita i suoi con il dono che aveva promesso durante l’ultima cena nel suo Discorso di Addio: la pace (cfr Gv 14, 27; 16, 33). Si tratta di una pace diversa da quella del mondo che è mutevole perché soggetta a tante variabili. Quella del Risorto invece è una pace duratura che può donare solo chi si è consegnato interamente e senza ripensamenti, come attestano le ferite delle mani e del costato. Queste ferite d’amore permettono di riconoscere il Signore, che è il Crocifisso Risorto. Il riconoscimento scatena la gioia dei discepoli, pronti a riaprire l’orecchio e a lasciarsi inviare, non più affetti da necrosi interiore ma rigenerati interiormente dal soffio ricreatore del Risorto che li rende uomini spirituali, capaci di agire in sinergia con lo Spirito Santo. Le labbra del Risorto, infatti, comunicano il bacio del Padre che li rende non solo destinatari ma anche mediatori della misericordia divina attraverso il ministero della riconciliazione (cfr. Gv 20, 22-23).

A questo primo appuntamento del Risorto con i suoi manca Tommaso che, tornato poi dagli altri, fatica ad accoglierne il racconto. Non vuole parole, ma contatto. Perciò lancia la sfida: «se non vedo… e non metto il mio dito… e non metto la mia mano…, io non credo» (Gv 20, 25). Il Risorto la raccoglie e mostra a Tommaso le ferite, sciogliendo i suoi dubbi che lasciano il posto a un’intensa confessione di fede che risuona ancora oggi sulle labbra dei credenti: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20, 28). Gesù però proclama beati quanti, pur non avendo visto, crederanno e apre le porte a una fede — la nostra — che sappia radicarsi nella testimonianza apostolica. Non solo i segni suscitano la fede, ma anche la testimonianza della comunità che vive non della bravura dei suoi membri ma del soffio dello Spirito che, attraverso i sacramenti, ci rende continuamente una creazione nuova.

di ROSALBA MANES

Fonte:https://www.osservatoreromano.va/


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