Derno Giorgetti “CHI CREDE NEL SUO NOME VIENE TRASFERITO NELLA VITA”

Liturgia: At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11.12-13.17-19; Gv 20, 19-31

Il nostro brano inizia con “porte chiuse” e “timore dei giudei”, e così il simbolo della morte domina dappertutto. Gesù con il suo saluto di pace – tutto il contrario di “guerra”, composto “chimico” di crudeltà e sacrilegio – mostra il suo corpo glorioso e risorto.

Nella sua persona porta i segni della tortura e della crocifissione, ma il suo saluto e la sua presenza hanno un effetto elettrizzante. Portano la gioia nei cuori dei discepoli.

“Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (v.21): quella di Cristo e quella dei suoi è una sola missione, è la stessa: le stesse caratteristiche e gli stessi poteri. Poi Gesù soffia su di loro lo Spirito Santo: un soffio di vita che rimette i peccati con cui la morte ci punge. I discepoli hanno ricevuto questo dono: portare la vita, donando lo Spirito mediante l’annuncio del Vangelo.

Essi possono dire alla gente: “Abbiamo visto il Signore!”.

Cosa vuol dire “vedere”? Tutto questo non basta a Tommaso, che reagisce dicendo: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” (v. 25). Tommaso non si conforma con il vedere.

Vuole anche “toccare” quei fori alle mani e quelle ferite al costato; vuole fondare la sua fede sul segno e non sulla testimonianza e sulla Parola.

Ogni “otto giorni” ci diamo appuntamento attorno all’Eucaristia. Nella sua Pasqua tutto il tempo viene ricapitolato e incontriamo il Signore nei “soliti” gesti salvifici. “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani” (v. 27): a Gesù Maestro nulla sfugge e perciò invita Tommaso – dall’ebraico toam, gemello, e tradotto in greco con “Didimo” – a toccare le sue ferite, manifestando così di possedere un vero corpo e di essere lo stesso Gesù di prima. In questo modo, mostrando le cicatrici delle ferite nella sua carne, Cristo sanò l’incredulità del suo discepolo.

Ed ecco la reazione di Tommaso, un grido di fede: “Mio Signore e mio Dio!” (v. 28). Si tratta di una confessione di fede completa. Riconosciamo in questo grido il grido dei credenti di tutti i tempi: di ciascuno di noi che, per strade diverse, arriviamo finalmente a collocarci sotto l’ombra del Crocifisso.

Ma come si fa? Quando leggiamo e viviamo il Vangelo nella Chiesa, facciamo una reale esperienza di Gesù come Messia e Figlio di Dio, creduto e amato. Chi crede nel suo nome viene strappato dalla morte e trasferito nella vita: questa è la vita eterna. E non possiamo avere la vita eterna se non credendo. Il tutto sfocia dalle viscere di misericordia del Padre.

Fonte:https://www.corrierecesenate.it/


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