Don Paolo Zamengo “Sul lago”

III Domenica di Pasqua (Anno C) (01/05/2022)

Vangelo: Gv 21,1-19

Pietro pensava  che tu amavi nasconderti in quei giorni e per riconoscerti quasi sempre occorreva un segno: il nome per Maria, il pane per i discepoli di Emmaus, la pesca prodigiosa per gli apostoli sul lago. 

Apparivi qua e là, liberato dal tempo e dallo spazio. La risurrezione non ti aveva restituito a questa vita, come Giona. Giona tutti lo riconoscevano. Riconoscere te era più difficile perché eri entrato in un mondo diverso e ora vivevi una vita che era la nostra ma non più solo la nostra. Per riconoscerti era necessario uno sguardo capace di perforare l’eterno. 

E quello sguardo  lo davi di tanto in tanto  ai tuoi discepoli o forse erano loro a non essere sempre capaci di accoglierlo.  E così, dopo Maria, dopo Emmaus, dopo gli incontri nel cenacolo, avvenne ancora in Galilea, sulle rive del tuo lago. 

Era di nuovo l’alba e dall’acqua saliva una bruma lieve, come un velo o un respiro condensato. Gli apostoli stavano tornando dalla solita pesca infruttuosa e tu facesti il  miracolo dei pesci. Fu quello il segno che parlò al cuore di Giovanni.

Poco prima avevi parlato con loro sulla spiaggia ma non ti avevano riconosciuto. Forse la distanza, forse la nebbia o forse era quella tua diversità rispetto a prima. Avevi chiesto loro da mangiare. Così lontano e velato parevi un mendicante, un pellegrino o magari un fantasma. 

Ma quando le reti si riempirono allora fu chiaro: eri tu. E il cuore sobbalzò in petto a Giovanni: “è  il Signore!”. Pietro si buttò in acqua e gli altri si misero a remare con foga, per raggiungerli. La riva odorava di fuoco e di pesce e ti trovarono chino sulla brace.

Avevi chiesto da mangiare e gliene davi. Tu lo sapevi che un pescatore dopo una notte sulla barca ha bisogno di cibo e che il pesce è il cibo più amato. Sapevi tutto della loro vita, vissuta insieme per anni, e non hai voluto cambiare nulla a quel cerimoniale già così denso della tavola dell’uomo. 

E anche se era un prato era una tavola lo stesso come quella dell’ultima cena, come quella di Emmaus, come quella di Cana o di Betania, come le mense a cui ti sedesti, come tutte le mense a cui ci sediamo, perché dove si mangia insieme nell’amore quella è una famiglia, e dove si mangia con te quella è un’eucarestia. 

Mangiavano gli apostoli e ti guardavano muti. Così non ti chiesero chi eri: sapevano bene che eri tu. Il pasto si consumò in silenzio. Soltanto i galli si chiamavano da casa a casa e Pietro ne pativa il verso, come se il graffio di quella notte si riaprisse e accanto al fuoco ci fosse ancora una serva. 

Allora tu lo hai fissato: “Mi ami, Simone?”, e lui ti rispose d’impeto: “Lo sai che ti amo”.  Ma a te non parve sufficiente e ripetesti la domanda. La sua risposta fu più fioca. Alla terza, e i galli continuavano a cantare, la voce gli si smorzò in gola e fu appena un soffio: “Lo sai…”. Sì tu lo sai.

E allora perché continui a interrogarlo? Forse per farlo sapere anche a me quanto il mio amore sia fragile? Che il gallo è sempre in agguato? No, non chiedermi, Signore, se ti amo, perché dovrei come Pietro, abbassare la testa. Eppure, non potrei neanche negarlo questo mio amore debole, contraddittorio e intermittente.  

Dovrei dirti di no e dovrei dirti di sì, un guazzabuglio che solo tu sai dipanare.  Non domandarmelo, Signore.  Fa’ piuttosto la dolce sorpresa dei pesci: avevi chiesto cibo mentre stavi cuocendolo sul fuoco. Avevi chiesto da mangiare e ne davi.  Fa’ così con l’amore, non domandarmi se ti amo: amami. 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: