IV Domenica di Pasqua (Anno C) (08/05/2022)

Vangelo: Gv 10,27-30

Le mani di Dio sono tra le grandi protagoniste della Scrittura: sono le mani del Potente di Giacobbe, del Pastore, Pietra di Israele. (cfr. Gen 49, 24). Mani operose (Sal 92, 5) che plasmano (Sal 95, 5; 119, 73; Sir 33, 13), proteggono (Sap 3, 1; 5, 16; Sir 2, 18), governano (Sir 10, 4-5).

Sono anche mani che guariscono (Mt 6, 5; Mc 8, 25; Lc 4, 40; 13, 13) abbracciano e benedicono (Mc 10, 16).

Sono mani da cui nessuno ci può strappare, non perché trattengono ma perché custodiscono e curano, conoscono e amano: sono le mani del pastore buono (bello) (cfr. Gv 10, 11) che dà la vita per le proprie pecore, non abbandona il gregge davanti agli avversari.

La buona notizia del Vangelo di questa IV Domenica di Pasqua ci raggiunge in un tempo in cui rischiamo invece di sentirci perduti tra il fragore delle armi, abbandonati tra le lacrime provocate da tanto dolore, dispersi tra i proclami dei potenti della terra e strappati dalla bellezza della pace.

La storia sembra contraddire l’opera di Dio, sfida la nostra fede (Evangelii gaudium 84) e provoca in noi un senso di sconfitta, quasi di resa al male imperante.

È invece questo il tempo opportuno per farci interpellare dalla realtà e rispondere alla chiamata del Signore che ci invita a seguirlo e ad accogliere la pace, primo dono del Risorto ai discepoli.

La Parola proclamata in questa Domenica — nella quale si celebra la 59a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni — ci annuncia che è questo il tempo di rendere finalmente operose anche le nostre mani; di renderle capaci di proteggere, di abbracciare, di benedire e sì, anche di governare: è il tempo opportuno perché l’immagine e la somiglianza con Dio di cui tutti siamo portatori si manifesti attraverso i nostri sentimenti, il nostro modo di pensare, la nostra intelligenza, sensibilità e maturità.

«Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. (…) Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (Joseph Ratzinger, Subiaco, 2 aprile 2005).

Etty Hillesum, una giovane donna ebrea uccisa ad Auschwitz nel 1943, ci presta parole intense e vere da lasciar risuonare in ognuno di noi: «Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, è anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi». (dal Diario 1941-1943).

Parole commoventi che ci invitano a prendere sul serio la nostra appartenenza al gregge del Signore, l’umanità, a stare con responsabilità nel nostro posto nel mondo, a intercedere, a portare i pesi gli uni degli altri, a coltivare con convinzione i nostri desideri di pace, perché, come scriveva Agostino, «i vostri ardenti desideri ci sembrano delle mani invisibili, con le quali bussate ad una porta invisibile, perché invisibilmente vi si apra e invisibilmente possiate entrare».

di FULVIA SIENI

Fonte:https://www.osservatoreromano.va/