IV Domenica di Pasqua (Anno C) (08/05/2022)

Vangelo: Gv 10,27-30

Prima di essere Pastore, Gesù fu Agnello. Può sembrare strano ma è proprio così. Ce lo dice oggi la lettura dell’Apocalisse. Gesù sarà per sempre davanti al trono di Dio come un Agnello immolato, portando i segni del suo martirio d’amore.

Una folla immensa che nessuno può contare, ha lavato le sue vesti nel sangue di questo Agnello. Perciò stanno con lui davanti al trono e servono Dio nel tempio, giorno e notte. Nessun male li potrà colpire dal momento che l’Agnello diventa anche il loro Pastore e li conduce alle sorgenti d’acqua viva dove Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.

Prima di diventare Pastore Gesù fu Agnello, un Agnello tra gli altri, come gli altri, in tutto simile fuorché nel peccato. Agnello senza macchia, il solo degno di essere presentato e offerto a Dio.  È così che l’Agnello è diventato, meravigliosamente, il solo, l’unico vero Pastore, il buon Pastore. Pastore perché prima di tutto fu Agnello. Perché con il suo gregge vive una vicinanza, una connaturalità vera, evidente, profonda.

Conosce le sue pecore. Ci sente fratelli. Come nessun altro pastore ci conosce e ama e ha voluto farsi agnello in mezzo a noi, fino a diventare il primo di noi e trovare grazia agli occhi di Dio, offrendo la sua vita. Nessuno andrà al Padre se non per merito suo.

Cosa dà fondamento a questa certezza che costituisce la nostra speranza? Gesù ha dato la sua vita ed è per la potenza di questo amore fino alla morte che noi sentiamo di appartenergli, come attraverso un patto sigillato nel sangue, la cui forza è irreversibile. 

Due generi di persone si disputano il nostro ascolto: i seduttori e i maestri. I seduttori sono quelli che promettono vita facile, piaceri immediati; i maestri veri sono quelli che donano ali e fecondità alla tua vita, orizzonti e sentieri da percorrere. Nessuno mai potrà strapparci dalle sue mani. Le sue sono le mani forti di un lottatore contro lupi e ladri, mani vigorose che stringono un bastone da cammino e da lotta. 

Ma c’è un’altra ragione più decisiva. Gesù non si è costituito Pastore da solo. A sua volta è nelle mani di un Altro, si è messo nelle mani di un Altro, indissolubilmente, irreversibilmente. “Padre, nelle tue mani affido la mia vita”, sono state le parole definitive di Gesù. 


Gesù non possiede niente ma ha ricevuto tutto dal Padre. E il Padre non ha niente di più prezioso da donargli che le due immagini perfette di se stesso: l’Agnello che purifica con il suo sangue e il Pastore che dà la vita per salvare. Gesù non è che questo, immagine perfetta del Padre.

Ci abbandoniamo con Gesù nelle mani del Padre, perché Gesù e il Padre sono una cosa sola. Gesù è sceso quaggiù tra noi  unicamente perché noi possiamo seguirlo lassù.

Sarà dolce, alla comunione, fare nostre le parole: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.” E beato sarà chi, accogliendo l’invito, potrà sussurrare: “ O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato”.