Don Paolo Scquizzato OMELIA IV domenica del Tempo di Pasqua. Anno C

IV Domenica di Pasqua (Anno C) (08/05/2022)

Vangelo: Gv 10,27-30

«Tuffarci in fondo all’abisso, sia Inferno o Cielo, che importa?
per trovare qualcosa di nuovo nel grembo dell’Ignoto» (C. Baudelaire, Il viaggio).
La novità è da sempre intesa come un ‘cambiamento radicale’. Un voltare pagina, frantumare l’esistente, sradicare, dissodare, eliminare ciò che è stato, perché qualcosa di nuovo possa sorgere. Tutto ciò si chiama rivoluzione, ma questa prima o poi richiederà sempre un braccio armato.
Gesù non è stato un rivoluzionario, ha piuttosto inteso avviare una riforma, che è qualcosa di profondamente diverso. Non ha mandato all’aria il pregresso, ma ha preso questo e ci ha buttato dentro un po’ di lievito (cfr. 13, 33). La pasta – la realtà – è sempre quella, ed è lì che occorre buttarci dentro il lievito, e tutta lieviterà.
«La felicità è amare ciò che si ha», diceva Agostino, e non desiderare sempre qualcosa di nuovo. E amare ciò che si ha significa ‘insistere’ sulla realtà qui ed ora, senza consumarsi in sogni o sterili desideri. Per questo Jacques Lacan dice che la parola più alta dell’amore è ‘ancora’.
Se il cambiamento impone di passare da un oggetto all’altro, per poi sperimentare a sera che è già vecchio, l’amore reclama lo sforzo titanico dell’approfondire, di scendere in profondità, per poi dire ‘oggi guardo ancora il tuo volto, e anche se è sempre il medesimo, non mi stanco perché è profondo come l’infinito’.
Stiamo morendo di superficialità.
Ci si stanca presto di tutto, confondendo vita con vitalità. Ci accontentiamo della spuma del mare, quando lo splendore è racchiuso negli abissi.
Gesù ha amato in questo senso. Non ha cambiato nulla ma trasformato tutto, cominciando con l’acqua in vino alle nozze di Cana, per finire con la morte. Non ha sostituito la morte, l’ha attraversata, e attraversandola l’ma trasfigurata in vita.
Le sue pecore, per le quali darà la vita, sono quelle di sempre: testarde, fragili, paurose; infatti queste lo tradiranno, lo rinnegheranno e l’abbandoneranno. Ma lui insiste, sta ancora con loro, un altro giorno, e un’altra notte ancora. L’amore non abbandona, sta.
Ecco cosa fa l’amore, rende eterno ciò che è amato.
Ma che significa ‘rendere eterno’ qualcosa? Dargli compimento, condurlo a fiorire.
L’amore sottrae a quella data realtà il tarlo della morte; lo salva dal disfacimento, dalla dimenticanza.
“Dire ti amo significa dire: tu non morirai” ci ricorda Gabriel Marcel.
Per questo che coloro che amiamo non li perderemo mai. È il nostro amore a renderli ‘per sempre’.
Gesù sta con i suoi, e ci starà anche quando questi non staranno più con lui. Ci starà anche quando la sua amicizia verrà tradita e quando i suoi coltiveranno pensieri di morte contro di lui. E qui l’insegnamento è grande: avere fede non significa tanto credere in Dio, quanto credere che Dio si fiderà ancora di me, senza se e senza ma.
L’amore è cosa strana, più lo si dona, più diventa grande, fecondo. Non s’impoveriranno mai d’amore coloro che amano. Anzi, ne acquisiranno sempre di più.
Aveva ragione il grande Shakespeare quando in ‘Romeo e Giulietta’ quest’ultima rivolgendosi all’amato dice: «Più ti do più ho».

Fonte:https://www.paoloscquizzato.it


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