VI Domenica di Pasqua (Anno C)  (22/05/2022)

Vangelo: Gv 14,23-29

Non ci pensiamo quasi mai, ma una vita che nasce non ha solo bisogno di una famiglia che la desideri e di un posto dove stare, ma anche di una “culla di parole”. Si tratta di una culla simbolica, fatta di parole buone, capaci di far sentire il mondo come ospitale, giusto e promettente. «Vi lascio la pace, vi do la mia pace», sono parole così. Mai come in questo periodo, ci toccano e quasi ci sembra di sentirne il sapore. Gesù ce le ha lasciate come speranza del futuro ma anche come punti di forza per aprire varchi nella distanza, cioè per aprire le porte a chi bussa, la bocca di chi tace, gli orecchi di chi non sente, gli occhi di chi non vede, e addirittura i sepolcri.

Non sempre, tuttavia, ricordiamo quelle parole nel loro senso pieno. Gesù ci lascia la pace e ci assicura che può farlo perché è proprio la sua pace, e aggiunge anche: «Non come la dà il mondo, io la do a voi». Come va intesa questa differenza? Significa che ci sarà sempre uno scarto tra il mondo di Dio e quello dell’essere umano? Significa che quando la vita si fa dura solo il Cristo può permettersi di restare disarmato, mentre chi lo segue a un certo punto dovrà non solo avere una borsa, una bisaccia e dei sandali ma anche vendere il suo mantello per comprarsi una spada? (cfr. Luca, 22, 35-38). In realtà la differenza tra la pace di Gesù e quella del mondo sembra essere più una questione di modi che di sostanza, ma a volte sono proprio i modi a dare forma alle cose. In questo brano Gesù parla infatti di amore come di un modo di fare attenzione alla parola di chi si ama e mostra che solo nell’amore quella parola viene custodita.

Amare Gesù significa avere questo rapporto di cura con le sue parole di pace. Poiché quelle parole sono del Padre che lo ha mandato, per quell’amore accade di ritrovarsi ospiti in Dio. Anche Dio è una “culla di parole” in cui si impara a dire e a fare la pace. In diversi punti del mondo sono parole perdute e tradite, ma non c’è da temere, si legge nel Vangelo. Lo Spirito è capace di farcele ritrovare, insegnando e aiutando a ricordarle.

In questo rapporto con il Dio che si fa grembo e che continuamente ci rigenera nascono dunque le donne e gli uomini della pace. Sono esseri che, in tempi difficili, non esitano a farsi loro stessi culla di Dio, in quella strana inversione in cui Etty Hillesum era maestra. Nell’angoscia della follia nazista, Etty scriveva infatti di aver capito che nell’angoscia della storia l’unico bene salvabile è un piccolo pezzetto di Dio in noi, che possiamo contribuire a disseppellirlo nei cuori devastati delle altre persone e che ogni atomo di odio a cui cediamo peggiora il mondo, rendendolo ancora più inospitale. E aggiungeva: «Non si può essere nelle grinfie di nessuno» quando si è in braccio a Dio. Questa libertà è donata dallo Spirito che risveglia la nostra memoria del Vangelo, facendo risuonare ancora una volta quel «Pace a voi!» con cui il Risorto ha riannodato i legami spezzati dalla morte.

Le parole di pace più feconde sgorgheranno allora dalle relazioni rinnovate. Non è un lavoro per eserciti, ripete Papa Francesco, ma un «mestiere artigianale» affidato ogni giorno alle nostre passioni, intelligenze, decisioni e azioni. (lucia vantini)

di LUCIA VANTINI

Fonte:https://www.osservatoreromano.va