Ascensione del Signore (Anno C)  (29/05/2022)

Vangelo: Lc 24,46-53

Quello che agli occhi del mondo rappresenta un drastico fallimento, per i discepoli è l’inizio di un tempo nuovo. L’Ascensione è una manifestazione di congedo da parte di Gesù che torna al Padre suo per completare l’opera redentrice: «È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece vado, lo manderò a voi» (Giovanni, 16, 7). Questo mistero della vita di Cristo non rappresenta la conclusione dell’esperienza del discepolato, ma segna piuttosto il punto di partenza della missione della Chiesa: inizia il tempo di predicare «a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme» (Luca, 24, 47). Per coloro che hanno udito, veduto, contemplato e toccato il Verbo della vita (cfr. 1 Giovanni, 1, 1) giunge il tempo di darne testimonianza (cfr. Luca, 24, 48; Atti, 1, 8), non in virtù di particolari doti o qualità umane, ma solo grazie alla dynamis che il Padre invia dall’alto: lo Spirito santo, la forza divina (cfr. Luca, 24, 49; Atti, 1, 8) che rende coraggiosi persino i cuori più pavidi.

Colui che era disceso dal cielo, ora ascende al cielo per riempire tutto l’universo con la sua presenza (cfr. Efesini, 4, 10). Colui che si era umiliato mettendosi in fila con i peccatori, sedendo a mensa con loro, divenendo lui stesso «peccato in nostro favore» ( 2 Corinzi, 5, 21) e scendendo negli abissi per estrarre i prigionieri (cfr. Efesini, 4, 8), ora viene innalzato al di sopra di tutto e di tutti (cfr. Filippesi, 2, 9-11) dall’amore del Padre che lo ha risuscitato dai morti. Questa elevazione di Gesù non è un viaggio verso l’alto, verso uno spazio collocato al di sopra delle stelle, ma è un «comparire […] al cospetto di Dio in nostro favore» (Ebrei, 9, 24), è l’insediamento del Figlio nella signoria del Padre sul mondo che segna anche l’ingresso dell’uomo e della donna nell’intimità con Dio. In Cristo asceso al Padre non c’è più separazione tra l’essere umano e Dio ma pienezza di comunione.

Gesù si stacca dai suoi, ma il cuore dei discepoli è in festa. Comprendono che il loro Signore non sarà assente ma presente in modo nuovo. I loro cuori sono come rinvigoriti, allietati dalla promessa ricevuta dal Risorto e dalle parole di benedizione che egli ha pronunciato su di loro. Così, infatti, comincia l’avventura della vita: dalla divina benedizione. Venire in questo mondo significa essere benedetti da Dio che reputa la nostra vita «cosa molto buona» (Genesi, 1, 31). Veniamo dalla benedizione e siamo chiamati a fiorire nella benedizione. Solo se benedetti possiamo attraversare con fiducia le vie del mondo, consapevoli di non essere soli ma accompagnati. Solo se benedetti possiamo avanzare verso il futuro, senza timore, consapevoli di essere custoditi. Il Vangelo di Luca si era aperto con la benedizione di Elisabetta a Maria (cfr. Luca, 1, 42) e di Zaccaria al Signore (cfr. Luca, 1, 68-79) e ora si chiude con la benedizione del Risorto. I discepoli vengono benedetti da Gesù: investiti dall’eccedenza di un amore che intravede già nelle loro fragili vite un capolavoro di santità, essi indossano la benedizione del loro Signore che consegna loro la promessa della «vita per sempre» (Salmi, 133, 3). Destinatari della benedizione del Signore, i discepoli si consacrano alla lode: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo» (Efesini, 1, 3). Benedetti dal Risorto, essi divengono benedizione, una benedizione che scorre senza sosta nella storia tramite la Chiesa, manifestando la presenza viva e operante di Gesù e comunicando a ogni creatura la tenera carezza del Padre. 

di ROSALBA MANES

Fonte:https://www.osservatoreromano.va