Monastero di Ruviano “L’arte di Dio”

Santissima Trinità (Anno C)  (12/06/2022)

Vangelo: Gv 16,12-15

COMMENTO

Don Tonino Bello raccontava di aver appreso un “definizione” della Trinità da un suo sacerdote, che era abituato ad una catechesi molto “pratica”, lavorando con gli zingari. Per spiegare il mistero del Dio unico e trino, si serviva della matematica. Se faccio l’operazione di somma, le cose non mi tornano: 1 + 1 + 1 fa 3. È dunque un Dio solo, oppure sono tre? Con la somma mi trovo così in contraddizione. È meglio cambiare operazione: 1 × 1 × 1 fa ancora 1. Sono tre ma sono uno. E questa è la “natura” del nostro Dio: «essere per» l’altro. Nella Trinità ogni persona è per l’altro, così da costituire un’unione d’amore inscindibile, pur nella realtà delle tre Persone divine.

La prima Lettura parla della Sapienza di Dio. Meglio: è la Sapienza che parla di sé, e dice di esistere prima di qualsiasi creazione e, anzi, di aver favorito la creazione. Così che, alla conclusione del brano, essa si definisce in questo modo: «Io ero con Lui [Dio] come artefice». L’ebraico dice: «Io ero artista con Lui». L’attività generativa di Dio, nella creazione, non è un semplice far esistere, ma è pura arte, opera che esprime bellezza, incanto, sentimento, passione, espressione di vita. Dio riconosce qualcosa di altro da se stesso non solo nella creazione, ma nel suo stesso atto, nell’arte che l’ha preceduta, l’ha voluta e l’ha fatta. Allo stesso modo dell’artista che riconosce che la sua opera va oltre la sua intenzionalità, e vive dell’incontro e della ricezione di chi la contempla e la gusta. Così è l’arte di Dio: c’è tutto Dio, ma anche ciò che diventa bellezza oltre Dio, dal suo atto di arte.

Nella seconda Lettura, questa parte di Dio diventa l’atto del suo amore, che lo Spirito Santo “tramuta” in quella forma nella quale può essere accolto e vissuto dall’uomo: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». L’arte di Dio è amare ciò che ha generato con la sua arte. Quella dell’uomo è farsi riempire della capacità di lasciarsi amare da Dio: opera di quel perfetto artista che è lo Spirito.
Tutto questo avviene nella relazione con Gesù Cristo, che è partecipazione alla sua vita umana, abitata dalla pienezza della divinità; come diceva splendidamente S. Ignazio vescovo, martire del primo secolo: «Io so e credo che anche dopo la risurrezione Gesù Cristo è nella carne. E quando venne a quelli che erano con Pietro, disse loro: Prendete, toccatemi vedete che non solo uno spirito senza corpo. E subito lo toccarono e credettero, commisti alla carne di Lui» (Lettera agli abitanti di Smirne, 3,1-2). Lo Spirito Santo (specializzato nel dare carne mortale alla realtà di Dio) ci rende capaci di vivere la fede come una distanza così abbreviata con Dio Padre, tanto da essere addirittura mescolati con il suo Figlio, con la sua carne, in quanto ha assunto la nostra stessa dimensione umana. Così la fede non misura la distanza fra Dio e l’uomo, ma diventa esperienza del suo mescolamento con la sua divinità, nell’arte dello Spirito.

«Molte cose ho ancora da dirvi», dice Gesù ai suoi discepoli, nel brano del Vangelo. E noi subito a domandarci quali altre grandi verità dottrinali avesse ancora da comunicarci. Salvo poi scoprire che Gesù qui sembra contraddirsi, perché aveva appena detto ai suoi discepoli: «Tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). Io rimango conquistato dall’idea che Gesù, invece, con quel «molte cose» alludesse, almeno in prima istanza, al suo desiderio spontaneo e umanissimo di stare con i suoi discepoli, di essere nella sua relazione umana con loro, di vivere il reciproco abbraccio dell’affetto fraterno. Voleva stare ancora con loro sulla terra, più che parlare del cielo.
Ma questa relazione non può essere intimistica e chiusa in sé: deve essere aperta al mondo, alle situazioni e alle condizioni della storia, cuore su cui riversare l’amore di Dio in Gesù Cristo, per opera dello Spirito. Allora «portare il peso» della parola di Gesù è proprio portarla dentro il mondo e dentro la storia, perché diventino Regno e storia di salvezza. Lo Spirito rende portabile il peso della Parola con le sue esigenze di amore per tutti gli uomini e per tutto l’uomo. È il compito della Chiesa di tradurre il Vangelo nella storia: farla diventare arte, che dice il bello dello stare insieme fra popoli e persone diverse.

Bellissimo è del rinvio continuo e circolare che Gesù rivela esistere dentro la Trinità. Lo Spirito prende dal Figlio, che a sua volta riceve tutto dal Padre, ma il Figlio fa solo la volontà del Padre, perché è fonte di salvezza, il Padre manda lo Spirito… Ognuno esalta l’altro, nessuno ha passione per se stesso, e tutto è finalizzato all’uomo e alla sua salvezza. Così Dio esprime una tale comunione d’amore da essere davvero la realtà che ispira la sua arte sul mondo.
Mi domando, allora, come fa la Chiesa a presentarsi ancora come tante individualità. Perché lo stare insieme risulta puramente funzionale a determinate attività, e non è dettato da una reale comunione fraterna. Dobbiamo imparare da Dio l’arte di accettarci, accoglierci, sopportarci, di essere insieme, più che di fare insieme.

Alberto Vianello

Fonte:https://www.monasteromarango.it/


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: