Paolo De Martino “Sogna in grande”

XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (03/07/2022)

Vangelo: Lc 10,1-12.17-20 

Gesù sta viaggiando verso Gerusalemme e manda settantadue discepoli per annunciare il Regno. Dio ha un unico sogno: che l’uomo sia felice ma non vuole renderlo felice senza il suo contributo perché, come amo ripetere, Dio fa tutto, facendo fare tutto, ecco perché chiede ad altri di dargli una mano a raccontare le Sue meraviglie.
Settantadue

Le parole con le quali Gesù invia i settantadue discepoli, probabilmente non sono state dette da Lui. Se pensiamo che nel giorno di Pentecoste, secondo gli Atti, tutta la comunità era composta di centoventi persone, è improbabile che qui ne abbia inviate settantadue. Il contesto è quello della Chiesa primitiva anche perché il termine “Signore” è chiaramente post pasquale. E poi perché inviare settantadue discepoli prima della sua morte? Per raccontare cosa? Lo faranno, certo, ma solo dopo la Sua morte. Queste parole riflettono la situazione della Chiesa dopo la morte di Gesù, una Chiesa che attraverso i suoi discepoli deve continuare nel mondo il suo annuncio. Sono indicazioni che esprimono uno stile, uno spirito, insomma non sono da prendere alla lettera.
Precedere

Gesù si accorge che i dodici non bastano: ne servono altri. Il bene è così sovrabbondante che servono tanti occhi per vederlo, tante mani per toccarlo, tante vite per testimoniarlo. Devono essere voce della sua Voce. I settantadue sono semplici discepoli (non sono gli apostoli) e a loro affida un preciso compito: precederlo dove sta per arrivare. La Chiesa, il discepolo, deve semplicemente preparare l’incontro delle persone con Lui. Il cristiano prepara la strada al Signore che viene («li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi»), pronto a farsi da parte appena è avvenuto l’incontro. Quando un parroco va via, o una persona carismatica lascia il posto e la comunità si sfalda, mi chiedo a chi erano stati condotti: a Cristo o alla sua persona?

I discepoli vanno «a due a due». Questo permetteva meglio di difendersi e di aiutarsi nel momento del pericolo, inoltre dava maggiore peso alla propria testimonianza.

Gesù manda tanti discepoli davanti a sé, eppure, secondo lui, sono pochi. La messe è molta ma gli operai sono pochi, perché Dio va raccontato a tutti gli uomini (il numero settantadue richiama, le nazioni della terra perché in Genesi 10 sono settantadue, nella Bibbia in greco, i discendenti di Noè, cioè coloro che ripopolarono la terra dopo il diluvio universale).

E’ stato sempre così, amico lettore. Nella storia della Chiesa, ci può essere stata una parvenza di abbondanza, ma non è detto che la mietitura sia stata abbondante (anzi!), né che gli inviati siano stati capaci di mietere. Sicuro che le cose andavano meglio quando c’erano tanti preti? Attento a pregare genericamente per le vocazioni: abbiamo bisogno di catechisti, laici, diaconi, preti e vescovi santi. Nella Chiesa c’è bisogno di tutti, riservare le parole dell’episodio solo alle vocazioni religiose non ha alcun senso, l’invito è rivolto a tutti. Gesù non chiama solo preti e suore, semplicemente perché tutti siamo chiamati ad annunciare la bella notizia.
Tutti

Siamo onesti, una lunga e dannosa tradizione, ha affidato il compito di annunciare il vangelo sostanzialmente ai consacrati. I fedeli, per secoli, sono stati relegati a semplici ascoltatori, (qualcuno dice ancora: “Vado a sentire la Messa”) tanto che, ancora oggi c’è ancora molta diffidenza verso i laici (alcune volte persino verso i diaconi che sono “clero”) che annunciano il vangelo. Però bisogna ammettere che si può andare solo se si ha fede e conoscenza, altrimenti cosa annunciamo? San Girolamo ci ricorda che «l’ignoranza delle scritture è ignoranza di Cristo».

Il Concilio Vaticano II ha invitato tutta la Chiesa a cambiare passo. L’evangelizzazione, attraverso la conoscenza della Bibbia, è diventata un’urgenza di tutti. Dopo secoli ci siamo resi conto che, senza la conoscenza della Parola, i Sacramenti perdono di senso e si riducono a cerimonie, obblighi da soddisfare, come le “prime comunioni” o le Cresime che, anziché indicare un “andare” si sono trasformate in un “fuggi fuggi” generale. Il bene c’è in abbondanza («la messe è molta»), a mancare sono uomini innamorati di Dio che su un mondo disperato aprano squarci di speranza.
Stile

Gesù non si attarda sul “cosa” predicare, nessuna raccomandazione di tipo dottrinale. I dettagli sono tutti sul “come” devono mostrarsi i discepoli. Gesù non fornisce indicazioni perché le riproduciamo tali e quali, tanto è vero che nei vangeli queste direttive mutano secondo la cultura del luogo in cui i discepoli sono inviati. Che stile allora dovrebbe avere la Chiesa? La gratuità è il segno distintivo. Significa donare senza attendere nulla in cambio, servire senza attendersi risultati. L’amore cristiano è “in-utile”, cioè senza utile, senza alcuno scopo. Uno stile che non fa perno sui mezzi che possiede, ma li riduce al minimo, affinché non oscurino la forza della Parola. Una missione che va all’essenziale, usando gli strumenti per quello che sono. La forza della Chiesa non sta nell’organizzazione, ma nella passione per il Regno che riempie la vita. Uno stile che non confida nella propria parola, che magari attrae, meraviglia, ma non converte il cuore di nessuno, che accetta il fallimento, la prova più grande per il discepolo. Alcune volte ci verrà da dire: tanta fatica per nulla? Tranquillo amico lettore, è ciò che Gesù ha provato nell’ora della passione: abbandonato, solo, senza i discepoli, senza nessuno che si prendesse cura di Lui. Ora, se la Parola di Dio ha conosciuto il rifiuto, e anche il fallimento, perché la nostra parola dovrebbe avere un esito diverso?

Per la Chiesa non sarà tutto semplice, sarà come un agnello che va incontro ai lupi. E’ un appello alla non violenza ma anche uno stile di evangelizzazione. La parola di Dio non ha bisogno di essere imposta con la forza. Se organizziamo cene, sagre, feste saremo accettati ma se portiamo il vangelo, ci ritroveremo respinti. Se non siamo disposti a perdere la faccia, a subire l’indifferenza, lasciamo stare, è sempre stato così. Forse alla Chiesa questo è venuto a mancare. Abbiamo una Chiesa ricca di mezzi, di strutture, ma povera di fiducia e questo rende le nostre parrocchie attrezzate ma spesso vuote.
Polvere

Sappiamo che a volte non saremo accettati, così come altrove saremo accolti. Nessun timore; se rifiutati, ci si rivolge ad altri, si va altrove. Si continua a predicare qua e là, senza sosta, fino ai confini del mondo. Insomma, se ci accolgono, bene, e se non ci accolgono bene lo stesso. Rispettiamo la scelta. Inutile prendersela perché non stanno rifiutando noi, ma Lui. Rispettiamo le esigenze dell’altro, i suoi tempi, accettiamo le sue scelte, anche se non sono in conformità con le nostre.

Nella Chiesa c’è bisogno di operai, di uomini di Dio che parlino al cuore della gente. Un testo della Congregazione della Fede è dottrinalmente perfetto, ma non scalda il cuore anche perché non è quello il suo compito. Ecco perché la predicazione non può limitarsi a leggere o studiare il catechismo.

La bella notizia di questa domenica? Siamo chiamati a sognare in grande, i nostri nomi sono sulle labbra di Dio. Ecco la bella notizia per la Chiesa: vivremo per sempre nel cuore di Dio.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


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