Rosalba Manes “Nomi scritti nei cieli”

XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (03/07/2022)

Vangelo: Lc 10,1-12.17-20 

Il capitolo 10 di Luca appartiene alla sezione del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9, 51–19,44). In Lc 9, 51 l’evangelista riferisce che Gesù «fortifica» o «indurisce il suo volto», non perché perda la sua indicibile tenerezza ma perché determinato a perseguire la sua meta e compiere la sua missione: salire a Gerusalemme, accettando la sua ingiusta passione (come il servo del Signore, cfr. Is 50, 6-7; 53, 7) e vivendo la sua Pasqua, per salire al Padre. Durante questa salita egli invia i suoi in missione dinanzi a sé inaugurando una vera e propria scuola del discepolo: per essere missionari con Gesù, infatti, occorre essere discepoli di Gesù, stare nella bottega del vasaio per lasciarsi modellare interiormente (cfr. Ger 18, 1-4) ed entrare come lui in un modo di esistenza filiale imparando a vivere non più da orfani ma da veri figli del Padre.

Gesù invia 72 discepoli, numero che allude all’intera umanità ed esprime universalità. Li invia a due a due (numero minimo di testimoni utili a risolvere un conflitto nella tradizione ebraica, cfr. Dt 17, 6; 19, 15). La loro missione non è facile: vi è nei loro confronti un clima di ostilità e di persecuzione e sono inviati «come agnelli in mezzo a lupi», del tutto disarmati e spogli. La loro missione è totalizzante: il divieto di salutare — sorprendente in Oriente — dice che l’urgenza del Regno è più forte delle convenzioni sociali.

I 72 annunciano la vicinanza del Regno che include la pace messianica. I missionari portano dunque la pace che rimanda a buone relazioni ma che è anche il segno della gioia del Regno. L’espressione «come agnelli in mezzo a lupi» rimanda pertanto non solo a un’atmosfera di conflitto ma anche alla speranza di una riconciliazione escatologica (Is 11, 6: «il lupo abiterà con l’agnello»). La pace del regno messianico entra però solo nelle case e nelle città aperte all’accoglienza. Nei luoghi ospitali la predicazione degli inviati si traduce infatti in gesti di guarigione che manifestano l’irruzione del Regno, la vicinanza di Dio Padre e la sua compassione verso chi soffre.

Al ritorno dalla missione, i 72 fanno un loro resoconto a Gesù e gioiscono perché hanno sottomesso i demoni nel suo «nome», cioè col suo potere salvifico. Pur essendo la loro una vita minacciata a causa di persecuzioni e pericoli, Satana non ha prevalso su di loro. Dalla venuta di Gesù, infatti, le forze demoniache si sono fiaccate e i demoni si sottomettono al potere del suo nome (come ogni altra creatura, cfr. Fil 2, 10). Gesù allora spiega ai suoi che la fonte della vera gioia è altrove: non nell’euforia seducente di una vittoria ma nel sapere che i propri nomi sono scritti nei cieli, incastonati nel cuore di Dio, perché da lui conosciuti, amati e destinati alla vita senza fine.

Dire che i nostri nomi sono scritti nei cieli è credere che solo la memoria di Dio assicura la continuità della nostra vita fino all’eternità (cfr. Ap 3, 5). Se il nostro nome è scritto in cielo è perché Dio non smette mai di pronunciarlo. Ed è un’esperienza sempre resurrezionale sentire pronunciare il proprio nome, specie dalle persone che amiamo e da cui ci sentiamo amati. Tutta la vita è un apprendistato vocazionale: lasciarci chiamare dagli altri e chiamare gli altri. Dio Padre è il primo a chiamarci alla vita, alla nostra chiamata più profonda. Sarà anche l’ultimo, quando ci donerà una pietruzza bianca sulla quale è scritto il nostro vero nome (cfr. Ap 2, 17), quello con cui siamo conosciuti e amati da sempre perché al Padre non interessa se siamo stati bravi ma se siamo stati figli, accogliendo quel nome che dice la nostra verità più profonda. Se i nostri nomi sono scritti nei cieli allora significa che vivremo per sempre, perché non si muore mai quando qualcuno non cessa di pronunciare il nostro nome con amore. 

di ROSALBA MANES

Fonte:https://www.osservatoreromano.va/


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