P. Fabrizio Cristarella Orestano Commento XV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

XV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (10/07/2022)

Vangelo: Lc 10,25-37 

Chi ama Dio con tutto se tesso, chi vive in pienezza il comandamento contenuto nello Sh’mà (cf. Dt 6,4-9) e non ne ripete solo le parole in modo rituale, è capace, dice Gesù a questo scriba che lo interroga nel passo evangelico di questa domenica, di amare davvero il prossimo … il Libro del Deuteronomio aveva posto lo Sh’mà subito dopo il dono delle Dieci Parole che si aprivano con la memoria dell’amore di Dio per il popolo, un amore per il quale Dio aveva compiuto grandi cose; lo Sh’mà, dunque chiede di amare perché amati: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore (cioè con tutta la profondità di cui sei capace), con tutta l’anima (con tutta la propria vita), con tutta la mente (mettendo al servizio dell’amore anche le proprie conoscenze) e con tutte le forze (che poi significa “con tutti i propri beni”, con quello che si ha, “con le proprie sostanze”)». Chi ama così Dio è perché è stato amato e, se davvero è così, saprà riconoscere l’altro nel suo bisogno, nelle sue ferite …

            Lo scriba ha posto a Gesù una domanda impegnativa la cui risposta implica davvero dei mutamenti di prospettiva e di stile di vita; il prossimo è una nozione di ambito ristretto? Per molti si poteva arrivare a considerare “prossimo” tutt’al più i “proseliti”, cioè i non ebrei che avevano deciso di osservare la legge mosaica in cui riconoscevano una via di senso; per altri si doveva estendere la nozione di “prossimo” a tutti gli uomini. Una cosa era chiara: bisognava amare chi Dio ama; a questo punto la domanda è: ma Dio ama tutti o solo i “nostri” (gli ebrei…i cristiani…)? Dio ama solo il suo popolo o tutti i popoli? O ancora più: Dio ama solo i giusti e detesta gli iniqui? Insomma, tutto il problema nasce dalla concezione di Dio che si ha.

            Già i profeti avevano detto a tale proposito parole sorprendenti: «Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità» (Is 19,25). Una parola davvero straordinaria che accomuna ad Israele, porzione eletta del Signore (mia eredità), i due popoli nemici storici di Israele!

            Gesù qui mostra come l’amore di Dio che è venuto a raccontare non abbia confini né di gente, né di fede … non c’è purità o impurità che conti dinanzi all’amore!

            La parabola del Buon Samaritano, mentre cerca di stravolgere la visuale dello scriba sulla questione di che sia il prossimo, dandogli occhi per leggere le prossimità con il metro dell’amore che si sporca le mani, gli racconta una vicenda rivelativa di qualcosa di più profondo che davvero può essere fondamento nelle relazioni tra gli uomini che, in fondo, è il cuore della domanda dello scriba.         Il racconto della parabola contiene una vicenda-specchio della vicenda stessa di Gesù; leggere così questa parabola la libera da ogni strettoia moralistica in cui è stata troppo spesso racchiusa e le dà quel vero sapore rivelativo che può diventare fondamento di una vera prassi evangelica.

            Farsi prossimo è, infatti, la scelta del Figlio di Dio … una scelta che è via di ogni scelta di fraternità; contemporaneamente però la vicenda del Buon Samaritano chiede allo scriba di identificarsi non solo con chi ama, ma ancor prima con chi si lascia amare e servire … insomma deve lasciarsi condurre da Gesù nella locanda che “tutti accoglie” (questo il significato letterale della parola greca che Luca usa per dire “locanda”: pandocheíon), deve lasciarsi curare da ogni arroganza, autosufficienza, da ogni pretesa di giustizia, deve avere il coraggio di riconoscersi ferito e bisognoso di salvezza perché incappato nelle mani di vari “briganti” … Così lo scriba, pronto a mettersi generosamente attivo nei panni del soccorritore, nei panni di quello strano “buono” che Gesù mette in scena, il Samaritano, da tutti disprezzato e considerato empio, deve cambiare la sua collocazione: deve mettersi sul ciglio della strada nudo e ferito, senza né ricchezze, né cavalcatura … e deve lasciare che Gesù si chini su di lui. Prima di vestire i panni del Samaritano pietoso deve lasciarsi accogliere e curare dal vero Samaritano: Gesù!

            Che il Samaritano della parabola adombri sottilmente Gesù ci è detto, oltre che da tutto il racconto, in cui già i Padri ravvisavano una sorta di “allegoria” della Storia della Salvezza, anche da un altro particolare: «Un Samaritano che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione» (esplanchnίsthe), scrive Luca…e usa lo stesso verbo che avevamo ascoltato per Gesù già nell’episodio della risurrezione del figlio della vedova di Nain (cf. 7,13), lo stesso verbo che addirittura ritroveremo nella parabola del Padre misericordioso in cui leggiamo che il Padre vedendo il figlio ne ebbe compassione (cf. 15,20). È quella compassione viscerale che somiglia all’amore materno e che già nella Prima Alleanza è uno dei modi di manifestarsi dell’amore di Dio. È quella compassione che ha portato il Figlio di Dio a farsi prossimo, vicino, compromesso con l’uomo e la sua storia; è quella compassione per cui il Figlio è venuto a cercare l’uomo piagato e ferito sulle strade cattive della storia. Si noti, a tale proposito, che in questa parabola tutti hanno un nome derivato dal loro mestiere o origine (i briganti, il sacerdote, il levita, il samaritano, l’albergatore), solo il ferito è designato semplicemente come “un uomo”… È l’uomo e basta!

         L’uomo che si lascia incontrare dal Cristo presentandosi a Lui con le sue ferite ed i suoi laceranti abbandoni, farà esperienza di un amore che lo segnerà e lo spingerà ad amare; scriverà, infatti Paolo: «L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti» (2Cor 5, 14). Abbiamo ascoltato dal Libro del Deuteronomio nella prima lettura, che la “parola” che è l’amore di Dio, in Gesù si è fatta vicina, prossima … anzi addirittura intima all’uomo: «nella bocca e nel cuore» perché divenga la sua stessa vita («perché tu la metta in pratica»).

            E’ chiaro allora che la parabola che Gesù racconta non è altro che il racconto della sua stessa vicenda: sulla strada della storia, infatti, Gesù, disprezzato come un Samaritano (cf. Gv 8,48), si è fatto vicino all’uomo percosso e abbandonato, è entrato nei suoi infiniti dolori e ha preso su di sé quelle ferite per dare guarigione e vita.

            Il problema è lasciarsi trovare da questo Samaritano compassionevole, offrirgli le ferite, i fallimenti e le nudità … è l’unica via per imparare a essere prossimo dei fratelli senza sconti e senza riserve. Come Lui e con Lui.

P.Fabrizio Cristarella Orestano

Fonte:http://www.monasterodiruviano.eu/


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