Paolo De Martino”Da Dio a Dio”

XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (24/07/2022)

Vangelo: Lc 11,1-13

Gesù si trovava in un luogo a pregare. I discepoli sentono il bisogno di chiedere a Gesù: «Insegnaci a pregare». Alcuni movimenti religiosi (come anche Qumran) avevano le loro preghiere, le quali erano riflesso del loro rapporto con Dio. Mi piace pensare che la prima vera preghiera che possiamo fare sia proprio questa: «Insegnaci a pregare».
E’ la versione di Luca del “Padre nostro”, più breve rispetto quella di Matteo che di solito recitiamo. Com’è possibile? Probabilmente il testo di Luca è più vicino all’originale (per la comunità cristiana era più facile aggiungere che togliere dal testo ricevuto) ma soprattutto Gesù, a differenza dei rabbini del tempo, non ha dato una preghiera con parole precise ma una traccia, alcuni punti su cui orientarsi. Gesù mostra ai discepoli non solo per cosa devono pregare, ma soprattutto “in che modo” pregare e con quale disposizione.
Il “Padre nostro” è un concentrato di vangelo. Dopo quella volta, nessun’altra preghiera è stata scritta che non fosse già racchiusa nel mistero di questa preghiera: la bellezza di Dio racchiusa in una preghiera.
Padre
«Quando pregate, dite: Padre». Ciò che rende la preghiera di Gesù unica sta in un dettaglio: è una preghiera fatta a un padre, non a un Dio immobile che si gode la sua immensità lassù nei cieli. Nel primo dei capolavori di Kieslowski ispirati ai Dieci Comandamenti, il bambino protagonista mentre sta giocando al computer chiede alla zia: «Com’è Dio?». La zia lo guarda in silenzio, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia i capelli e tenendolo stretto a sé sussurra: «Come ti senti, ora?». Il bambino alza gli occhi e risponde: «Bene, mi sento bene». E la zia: «Ecco, Dio è così». Dio è un abbraccio. Dio è padre così. Amico lettore, finché non farai questa esperienza di essere al sicuro tra le sue braccia, sarai ancora nell’anticamera di Dio.
Nome
«Sia santificato il tuo nome». Il verbo è al passivo: non si chiede che l’uomo rispetti il nome di Dio, ma che il Padre stesso faccia in modo che Egli sia riconosciuto Santo dagli uomini. Non pensiamo subito alle bestemmie, al pronunciare in malo modo il nome di Dio.
“Qadosh (q-d-sh) ” (cioè “santo”) in ebraico indica “la cruna di un ago (q) che entra (d), che è porta nella grande montagna di Dio (sh) ”. Cos’è un ago nei confronti di una montagna? Nulla: questo è quello che sappiamo di Dio. Quando parliamo di Dio, parliamo sempre della nostra esperienza ma non di Lui, perché Dio è sempre al di là dei nostri pensieri. Bestemmiamo allora, cioè non lo santifichiamo, quando rinneghiamo la grandezza, la meraviglia e lo stupore che Dio ha riposto in noi, quando pensiamo di conoscere Dio, quando lo usiamo per fini politici, per interessi religiosi, per legare a noi persone. Inchiniamoci e facciamo silenzio perché Lui è oltre, meravigliosamente e misteriosamente oltre.
Regno
«Venga il tuo regno». Accada in me ciò che Lui vuole. E’ la possibilità di instaurare in me la “signoria di Dio”. Posso trasformare questa possibilità in realtà, con le mie scelte. Chiediamo di essere Suo strumento, perché si realizzi ciò che Lui vuole attraverso di me.
Pane
«Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano». Gesù usa l’espressione “lehem huqi” che vuol dire il “pane che costruisce”. Secondo una tradizione già molto antica, noi traduciamo con “quotidiano” una parola, “epiousios” (“sopra la sostanza”), che suscita vari interrogativi, non avendo paralleli nel greco antico. Questa espressione si riferisce a qualcosa che va oltre al pane quotidiano. Come il cibo naturale mi fa vivere ogni giorno, ciò di cui mi nutro spiritualmente mi costruisce ogni giorno. Ogni giorno ho bisogno del pane dello spirito: un po’ di silenzio, un po’ di preghiera, una parola, una lettura, un abbraccio, uno sguardo. Nutrirsi ogni giorno di cose buone, di esperienze vere, di persone profonde: la felicità dipende da questa disciplina quotidiana.
Perdono.
«Perdona a noi i nostri peccati, anche noi, infatti, perdoniamo a ogni nostro debitore». Il “pane” (l-h-m) e la “saggezza” (m-l-h) hanno in ebraico la stessa radice di “perdono”, mahol (m-h-l). Il perdono è il pane quotidiano, è ciò di cui ogni giorno devo nutrirmi, è la mia veste di tutti i giorni con cui devo andare nel mondo, è la mia unica possibilità di essere felice.
Tentazione
«Non abbandonarci alla tentazione». Questa traduzione è una delle possibili, non la sola. Il testo greco originario, ha letteralmente «non farci entrare, non portarci dentro la tentazione». La frase, nell’originale aramaico usato da Gesù, supponeva forse un senso solo “permissivo”: «Non lasciarci entrare nella tentazione». In ogni caso, questo nuovo tentativo di traduzione era necessario affinché nessuno oggi fosse indotto a pensare che Dio ci tenti al male, al peccato: sarebbe una bestemmia. Dio ci può sottoporre alla prova per saggiare e discernere il nostro cuore, ma mai alla tentazione.
Parabole
Come pregare e con quale disposizione? Luca lo chiarisce con due parabole.
La prima rispecchia la vita della campagna palestinese. Gesù invita a rivolgerci a Dio come a un amico, un interlocutore amorevole, attento, disponibile. A Dio possiamo chiedere e raccontare tutto, nella preghiera c’è spazio per tutto.
Il personaggio centrale non è l’amico che bussa, ma quello che si alza. Il centro della parabola non è l’insistenza, ma la certezza di essere ascoltati. La perseveranza è frutto della certezza che il Padre ci ascolta. La preghiera del discepolo ha bisogno di perseveranza, di quotidianità. Le grandi abbuffate in occasioni particolari servono poco o nulla. La preghiera è un colloquio personale, cuore a cuore, uno scambio di opinioni non una lista della spesa, o un elencare a Dio i nostri bisogni (che tra l’altro conosce già). Pregare non è “dire preghiere” ma innanzitutto ascolto perché la preghiera è anzitutto azione di Dio, ecco perché Gesù raccomanda una cosa curiosa: «Non sprecate parole». Dio non è un distributore automatico di grazie ma un Amore da ascoltare. La vera preghiera non è un’azione che facciamo noi, ma è qualcosa che permettiamo che Dio faccia in noi. La preghiera ci renderà attenti a scorgere la Sua presenza nel “qui e ora” perché «il caso, è Dio che passeggia in incognito» (A. Einstein).
Nella seconda parabola, Gesù invita a rivolgerci a Dio come a un padre. Dio non ci darà mai nulla che possa nuocerci. Vuol dire entrare nella logica che tutto ciò che accade ha un senso, anche se a prima vista non lo comprendiamo. E’ nella realtà che Dio parla, risponde, insegna, ama. Amico lettore, forse ti starai chiedendo: ma se è così perché non otteniamo ciò che chiediamo? La risposta sarebbe complessa ma forse ti basta almeno intuire che spesso le richieste che facciamo non sono per la nostra felicità. Dio ascolta, educa il nostro cuore a desiderare secondo le sue promesse. Nella preghiera non otteniamo ciò che chiediamo ma ciò che il cuore desidera.
Un suggerimento: come s’inizia a pregare? Provandoci. S’impara a pregare, pregando.
La bella notizia di questa domenica? L’amicizia con Dio non cambia le cose, ma cambia il mio stare di fronte alle cose. La preghiera è uno stare da Dio a Dio.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


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