Don Paolo Zamengo”Vivere   un lungo morire “

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (31/07/2022)

Vangelo: Lc 12,13-21 

Il vangelo di questa domenica è lo specchio che mi restituisce l’immagine che sono! Gesù mi aiuta a confrontarmi con il bene prezioso della  vita, con tutta la fatica, il lavoro, le preoccupazioni e le occupazioni dei miei giorni. 

La vita sta nell’arricchirsi davanti a Dio o nell’accumulare tesori per sé stessi? Il problema non è la ricchezza ma l’idolatria, la cupidigia e l’accumulo di beni. Gesù coglie questa bramosia in quel tale che dalla folla si stacca per avvicinarsi a Lui perché intervenga nella divisione dell’eredità con suo fratello. Questo tale è corroso da un tarlo micidiale. Gesù si sottrae a questa pretesa ma per portare quell’uomo al centro del problema.

Se l’eredità è motivo di controversia è perché l’eredità è diventata più importante del rapporto  fraterno. L’eredità è “idolatria” perché ha deformato il cuore dell’uomo occupando tutto l’orizzonte della sua vita. L’abbondanza dei beni ha occupato tutto il cuore lasciandolo vuoto di relazioni.

L’uomo ricco è solo, chiuso nel cerchio murato del suo io, ossessionato dalla logica dell’accumulo. Non c’è niente oltre se stesso. E questa possessione si rivela nella ripetizione dell’aggettivo “mio” e da un autoreferenziale soliloquio, caratterizzato da verbi in prima persona singolare. 

Non c’è nemmeno Dio. Quest’uomo ha smarrito la relazione con se stesso e con la dimensione del tempo. Quel ricco considera “suo” il dono che è la vita e che nessuno può darsi da solo. Impossessarsi della vita come proprietà (“anima mia”) deforma anche il suo rapporto con il tempo e con tutte le dimensioni fondamentali dell’esistenza umana. 

Arriva a pensare che il tempo sia sotto il suo dominio.  E ciò che caratterizza la vita (mangiare, bere, riposare, divertirsi) ha l’io come unico centro. Quell’uomo ha dimenticato che “mangiare e bere” sono azioni che rimandano alla nostra condizione di creature che ricevono la vita da fuori di sé, azioni che implicano la condivisione e la gioia dell’incontro con l’altro. 

E gli idoli alla fine divorano tutto. L’uomo ricco è entrato nell’atrofia della vita.  Vive soltanto un lungo morire. Gesù  lo costringe a confrontarsi con la realtà del suo essere creatura: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la vita”. Lo scontro/confronto con la morte è  l’incontro con Dio che gli ha donato la vita. 

È una parola forte che potrebbe apparire come una “punizione” per la cupidigia di quell’uomo. Le parole sono forti perché sono l’ultimo richiamo per chi ha smarrito se stesso e ha smarrito Colui che dà senso alla vita. Sono parole dell’amore di Dio perché noi  ritroviamo la relazione vera che ci fa vivere, quella con il Creatore stesso e con gli altri fratelli.  

Il discepolo di Gesù è invitato a cercare un altro “tesoro”, in un altro tipo di “magazzino”. Il vero “tesoro” è la capacità di amare che moltiplica gli spazi del cuore perché possiamo vivere sempre la relazione con Dio e con i fratelli. 

La vera ricchezza è la capacità di condividere, donare, incontrare, dialogare… e di tenerci sempre in cammino, mai “sazi” di quello che abbiamo. Allora arricchiremo davanti a Dio, cioè vivremo il cammino della vita facendo tesoro delle possibilità di condivisione e di apertura che anche i nostri beni materiali, piccoli o grandi, ci offrono.


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