Mons.Francesco Follo “La vita è essere non avere”

XVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 31 luglio 2022

Rito Romano

Qo 1,2;2,21-23; Sal 89; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Rito Ambrosiano

1Re 21,1-19; Sal 5; Rm 12,9-18; Lc 16,19-31

XI Domenica dopo Pentecoste

1) Donare per vivere.

Il brano del Vangelo (Lc 12, 13-21), che la liturgia della Messa di questa 18ª Domenica propone, fa parte di un discorso di Gesù sulla fiducia in Dio che scaccia ogni timore (Id. 12, 6-7) e sull’abbandono alla provvidenza di Dio (Id. 12, 22-32). Si tratta di un testo che si integra perfettamente con la prima lettura della liturgia di oggi e che è preso dal libro del Qoelet. In questo libro dell’Antico Testamento si parla della vanità di ogni cosa umana e terrena, cioé della precarietà dell’esistenza umana e dei beni materiali.

Gesù non disprezza i beni della terra, non contesta le brevi e gioie terrene. Non vuole disamorarci di questa vita. Ci dice che essa è un cammino verso la felicità, che è raggiungibile nella sua pienezza solamente con e in Lui.

Cristo insegna che non c’è domani per chi vive solo di cose materiali. Chi vive solo per il corpo, non vive o, se vive, la sua vita è come un soffio, è vanità, perché chi accumula solo per sé, disperde (Lc 11, 23). Non c’è domani duraturo, per chi vive di cose, perché le cose hanno un termine e il dramma delle cose è che la loro fine è polvere.

“L’uomo che accumula per sé” spegne da solo la propria vita e sostituisce il desiderio di infinito con infinite cose vane. Chi dice a se stesso: “Riposati, mangia, bevi, godi” vive senza mistero, “senza sapere che l’essere cristiano è l’inquietudine più alta dello spirito, è l’impazienza dell’eternità in un mondo perverso che crocifigge l’amore» (Kierkegaard).

Allora la domanda giusta è “come arricchirsi davanti a Dio?”: “donando!”. Davanti a lui siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato. “Alla fine della vita saremo giudicati dall’Amore” (S. Giovanni della Croce), un amore ricevuto, donato, condiviso. L’essere umano vive di vita donata, di vita ricevuta e trasmessa. Quando smettiamo di trasmettere vita attorno a noi, in quel momento la vita in noi dissecca. L’uomo vive anche del lieto godimento del pane quotidiano, ma di un pane che sia “nostro”, da chiedere e da donare, e che ci faccia, insieme, quotidianamente dipendenti dal cielo, dal Padre “nostro”, provvidente e misericordioso.

2) La vita non dipende da quello che si ha.

La frase di Gesù: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni», esprime la sostanza della parabola di oggi che parla del ricco soddisfatto di avere tante cose e quindi pensa di avere la vita che dura. Il Messia parla di uno stolto che crede di essere al sicuro per molti anni, avendo accumulato molti beni e a cui la notte stessa viene chiesto conto della vita. Quindi, insegna quanto sia stupido e vano mettere la propria fiducia nel possesso. E da stolti credere che la salvezza, la vita redenta consista nel possedere sempre di più. Per inciso va notato che non è condannato il semplice possesso, ma l’illusione di trovare sicurezza nel possesso.

Credo che sia lecito affermare che il Redentore ha trasformato in parabola un concetto della tradizione sapienziale dell’Antico Testamento. E’ il concetto di “vanità” che trova la sua espressione più acuta nel libro di Qoelet: «Vanità delle vanità, tutto è vanità». Che significa? Qoelet (Ecclesiastico) è un uomo disincantato che guarda al fondo di tutte le esperienze dell’uomo: tutte le cose che l’uomo cerca e realizza non mantengono quanto promettono: al fondo sono inconsistenti. Qoelet individua, in particolare, tre forme di vanità: la sterilità dello sforzo dell’uomo; la fragilità dei traguardi raggiunti; le numerose anomalie e ingiustizie di cui è piena la vita. Ma la parabola di Gesù non si limita a constatare la vanità e non intende semplicemente disincantare l’uomo, liberandolo dal fascino del possesso. Indica più profondamente la vera via della liberazione: “Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce davanti a Dio” (Lc 12, 21). Dunque, è il “per sé” che è sbagliato e che deve essere sostituito dall’orientamento di arricchirsi “davanti a Dio”.

Questo orientamento implica tre cose concrete.

La prima è che l’arricchirsi davanti a Dio vuol dire non cadere nella tentazione dell’affanno, dell’ansia, come se tutto dipendesse da noi e solamente da noi.

La seconda è che questo santo arricchirsi significa subordinare tutto – il lavoro, il possesso, la vita stessa – al Regno di Dio.

La terza è che l’arricchirsi davanti a Dio implica– come ho scritto più sopra – donare, soprattutto “dare in elemosina”, praticando quindi la misericordia.

Il “davanti a Dio” si concretizza nel “per altri” (Ibid. 12,33). Mentre arricchirsi per sé ci mette nelle mani della vanità e ci lascia nelle mani cose che diventano polvere, la ricchezza davanti a Dio dura per sempre e cresce nella condivisione.

In effetti, se c’è qualcosa che possiamo portare con noi sempre ed anche oltre la morte è il bene fatto e condiviso e non i beni che possediamo. In cielo porteremo con noi le opere di bene che abbiamo compiuto: non ciò che abbiamo avuto, ma ciò che abbiamo fatto.

Tutto ciò non vuol dire che noi cristiani disprezziamo le cose create. Anzi le creature vengono valorizzate veramente e ne vediamo la bellezza e la santità quando smettiamo di volerle solamente possedere o consumare. Quando le “usiamo” per il fine per quale ci sono state donate, che è quello di rendere lieta la vita sulla terra e di facilitarci il raggiungimento del nostro destino eterno.

3) Esempio delle Vergini consacrate nel mondo.

Facciamo nostra una preghiera della liturgia: “Insegnaci, Signore, a usare saggiamente i beni della terra, sempre orientati ai beni eterni

Smarrita qualsiasi fede in Dio, molti si ritrovano spesso oggi nelle condizioni del Qoelet, che non conosceva ancora l’idea di una vita oltre la morte. L’esistenza terrena appare in questo caso un controsenso. Non si usa più il termine “vanità”, che è di sapore religioso, ma quello di assurdo. “Tutto è assurdo!”. Il teatro dell’assurdo (Beckett, Ionesco), fiorito nei decenni dopo la guerra, era lo specchio di tutta una cultura. Quelli che sfuggono alla tentazione dell’accumulo delle cose, come certi filosofi e scrittori, cadono in qualcosa che è forse ancora peggiore: la “nausea” di fronte alle cose. Le cose, si legge nel romanzo La nausea di Sartre, sono “di troppo”, sono opprimenti. In arte, vediamo le cose deformate, oggetti che si afflosciano, orologi penzolanti come salami. Lo si chiama “surrealismo”, ma più che un superamento, è un rifiuto della realtà. Tutto spira putridume, decomposizione. L’abbandono dell’idea del cielo non ha certo reso più libera e gioiosa la vita sulla terra!

Il Vangelo di oggi ci suggerisce come rimontare questa china pericolosa. Le creature torneranno ad apparirci belle e sante il giorno che smetteremo di volerle solo possedere, o solo “consumare”, e le restituiremo allo scopo per cui ci furono date che è di allietare la nostra vita quaggiù e facilitarci il raggiungimento del nostro destino eterno. Facciamo nostra una preghiera della liturgia: “Insegnaci, Signore, a usare saggiamente i beni della terra, sempre orientati ai beni eterni”.

Fonte:http://francescofolloit.blogspot.com/


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: