XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (07/08/2022)

Vangelo: Lc 12,32-48 

Nel cuore dell’estate tre parabole che invitano alla vigilanza. Sembrano fuori tempo, ma forse c’è una ragione.  La vigilanza è una dimensione permanente della vita, appartiene al viaggio, a tutte le ore del viaggio.

Ai servi nell’assenza del padrone, viene raccomandata la vigilanza con immagini ricche di fascino: la notte, la cintura ai fianchi, le lampade accese. La venuta del Signore, la sua incessante venuta, i suoi appelli, i suoi inviti sono dentro le nostre notti, quando è buio, quando non tutto è chiaro, dentro l’incertezza e l’imprevedibilità della vita.

Vi ricordate il libro dell’Esodo quando gli ebrei ricordano e raccontano la loro grande notte: “la notte della liberazione quando tu hai dato al tuo popolo, Signore, una colonna di fuoco, come guida in un viaggio sconosciuto, e come un sole per il glorioso emigrare”.

Glorioso emigrare: bellissimo! Dov’era la gloria in un questo glorioso emigrare? Partire di notte? Guadare il mare? Camminare quarant’anni? Forse no, ma è un glorioso emigrare perché era il viaggio verso la libertà, lontano dai faraoni, fuori dalla schiavitù. 

Essere vigilanti: pronti a cogliere bagliori di libertà, smascherando l’avvento dei nuovi, seducenti faraoni. “Cinti i fianchi”. È l’abito di chi parte per un viaggio di libertà, perché Dio ti conduce fuori, come dal paese d’Egitto. Dio è diverso dai padroni. Dio si assenta, Dio lascia a te questa casa, questa terra, queste cose. Le lascia alla tua responsabilità: non ci vuole schiavi.

Gesù ha rovesciato l’immagine stessa del padrone. Dio non è un padrone ma è Signore. Ha rovesciato l’immagine del padrone, cingendo lui i suoi fianchi, mettendosi lui a servire. Gesù ha lavato i piedi ai discepoli, come fa il servo. Ma per amore. 

E proprio per questo, perché non vuole più faraoni. Di questo ci ha dato l’esempio: la cosa che Dio non sopporta, non potrà mai più sopportare né nella chiesa né nella società civile, che qualcuno approfitti della sua assenza per farsi padrone, per trasformarsi in padrone.

C’è una dura condanna per l’amministratore che approfitta del ritardo del Signore per percuotere, mangiare, bere, ubriacarsi. L’autorità gli era stata data per distribuire in armonia. Se l’autorità è usata per interesse personale trova nella parabola la ferma condanna. 

“Prenditi cura” prenditi cura delle cose di ogni giorno, delle relazioni di ogni giorno, della casa, della strada, della città, delle occupazioni, dei volti di ogni giorno, come se a te fossero stati affidati dal Signore, prima di partire. Prendersi cura è una parola del vangelo. Del pastore con la pecora smarrita,  del buon samaritano, del contadino nel campo.  

Se è vero che camminiamo nella notte, se è vero che gli eventi della vita non sono facili da vivere, se è vero che discernere i segni dei tempi è compito a volte arduo, importanti diventano le lucerne nella notte. Dio aveva dato “una colonna di fuoco per un viaggio sconosciuto”. 

Oggi, mi ritorna al cuore la preghiera nel salmo: “lampada ai mie passi è la tua parola, Signore” (Sal. 119,105). Gesù non mette nessuno al di sopra degli altri. E nell’eucaristia il Signore si fa pane perché anche noi impariamo ai farci pane per gli altri. 

Beato quel servo. Beato perché? La fortuna del servo non sta nell’avere attraversato la notte vegliando, ma nasce prima.  Il Signore  si fida di lui e gli affida la casa. Dio ha fiducia nell’uomo. Questa è la nostra gioia.


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