Monastero Marango Commento XX Domenica del Tempo Ordinario

XX Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (14/08/2022)

Vangelo: Lc 12,49-53

«Sono venuto a gettare fuoco… Ho un battesimo nel quale sarò battezzato… Sono venuto a portare divisione, e non pace»: Gesù parla attraverso delle immagini, che hanno bisogno di essere comprese e interpretate.
Il fuoco provoca calore e luce, ma lo fa consumando e divorando. Il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra è la sua passione di amore per l’uomo e la sua salvezza, ma passa attraverso una passione di sofferenza. Così, a Pentecoste lo Spirito scenderà sui discepoli in forma di fuoco, ma questo potrà avvenire soltanto attraverso il fuoco della morte violenta di Gesù. In altri termini, deve divampare l’incendio del Regno, cioè il progetto umanizzante del Padre, ma è necessario che Gesù stesso sia bruciato e consumato da tale fuoco. Il Battista l’aveva annunciato come colui che battezza «in Spirito Santo e fuoco» (Lc 3,16); è venuto per suscitare il fuoco della passione per il Regno; i discepoli di Emmaus si sentiranno bruciare il cuore dalla sua Parola (cfr. Lc 24,32). Ma Gesù ha trovato l’opposizione – come i primi cristiani (cfr. 1Ts 5,19) – da parte di coloro che «spengono lo Spirito», quelli che vogliono far cessare la profezia e il desiderio folle, ma umano, di incontrare il Signore. La passione per il Padre e per il progetto del suo Regno si traduceva, in Gesù, in passione di comunicare comunione e vita agli uomini.
 
Il «battesimo» che Gesù dice che sta per ricevere non si riferisce al sacramento: è una «immersione» che, nell’ebraismo, allude ad una prova severa, come quella di essere in balia di grandi acque. Attraverso questa allusione, Gesù prevede la sua grande prova: una specie di anticipo del Getsemani.
Però Egli si dichiara «angosciato», o «totalmente preso» finché non sia compiuto. Gesù sa della prossimità della sua morte infame; però non la subisce passivamente, come vittima di un doloroso e imperscrutabile disegno. L’ha accettata avendo fiducia nel piano del Padre, senza dare esplicitamente un valore di redenzione alla propria passione. Egli si sente Signore degli eventi – dell’evento del Bene – anche davanti all’evento della croce: «Io scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta» (Lc 13,32). La vita non è tolta dalla morte, quando si vive il tempo che rimane nel «essere presi» nel fare il bene. Non è la morte che determina la vita, ma l’opposto: se si vive veramente presi dall’opera del bene, la morte non sarà una sottrazione, ma un’ulteriore occasione di dono, come è stato per Gesù. Come il fuoco per scaldare consuma, così la morte avviene come effetto di vita.
 
«Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione». Perché non ogni pace proclamata è veramente buona.
Nella prima Lettura, i politici del tempo di Geremia lo fanno condannare dal re inetto del tempo accusandolo di una predicazione pericolosa, perché demoliva le illusioni nazionalistiche con le quali essi controllavano il popolo. Geremia proclamava che non c’erano da aspettare tempi di pace, ma di guerra, in balia dei potenti del mondo di quel tempo. Israele doveva fidarsi del Signore, che non avrebbe abbandonato il suo popolo, invece di confidare nelle armi, secondo la propaganda nazionalista. Sarà, paradossalmente, un personaggio disprezzato dagli ebrei puri, perché eunuco e straniero, a cogliere tutta l’ingiustizia delle manovre degli alti funzionari dello Stato e a salvare Geremia.
L’istituzione vorrebbe spegnere la profezia, la quale denuncia l’ignobile strumentalizzazione della religione ai propri progetti politici, addirittura opposti alla vera fede nel Signore e alla sua pratica nelle relazioni fraterne. E, spesso, sono i cosiddetti “lontani” o “estranei alla fede”, che colgono il valore sociale e storico della profezia, nella comune ricerca della vera giustizia.
Anche l’opera di Gesù provoca una realtà di giudizio, cioè una presa di posizione e una scelta che possono creare divisioni, anche nelle relazioni più intime. Questo è dovuto alla irruzione del Regno, fatto di giustizia, di pace, di fraternità, di accoglienza, di cura, verso tutti, soprattutto verso i più esclusi. La lettera agli Ebrei parla della Parola di Gesù come di una spada che provoca divisione, perché chiede di mettere al primo posto proprio queste esigenze del Regno, assolutamente irrinunciabili per un cristiano, così da provocare, nel caso, divisioni addirittura nella famiglia.
 
Alberto Vianello
 
 
“Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori…. Non avete resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato”, ammonisce San Paolo.
Ci viene il dubbio che il cristianesimo sia un sistema privativo, obbligante, traumatico sotto il peso del peccato, cosi da non vedere altro…
 
E dall’altra parte c’è un mare di gente che non si dà pensiero. E del resto, perché dovrebbe visto che coi peccati non se ne viene a capo ed è più semplice essere norma a sé stessi? 
Perché essere cristiani? Non certo per andare a capo chino e con gli scrupoli. Perché allora seguire un profeta sconfitto, che sale senza fare resistenza su un patibolo così crudele? Il cristianesimo è la religione del “mea culpa, mea maxima culpa”? Non se ne uscirebbe mai. Certo, la vita cristiana non è un quieto vivere.
Ma andandoci più a fondo si scopre che in tutta la letteratura e in ogni epoca filosofica il pensiero fisso è la ricerca dell’Essere, o anche ‘di essere’. Nascono di qui gli insegnamenti, gli “exempla maiorum”, degli antenati.
 
Eugenio Montale, nobel per la poesia, non di meno sapeva che il senso sta lì, nella conoscenza dell’essere, ma il muro della non conoscenza era frammezzo, per cui ne poteva dire solo quel che non è: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato il nostro animo informe… Questo solo possiamo dirvi: ciò che non  siamo, ciò che non sappiamo”.
 
Anche San Paolo dice all’Areopago di Atene: “Quel Dio ignoto a cui elevate statue (e ciò sta a significare che il vostro panteon non vi dice tutto) io ho la ventura di rivelarlo… “.
Che vuol dire? Che non possiamo fare a meno di cercare l’Essere, o Colui che è; il peccato è il non essere come dicono i filosofi e i poeti. Sono gli idoli, come dicono gli Ebrei, vanità di vanità dice il Qoelet. Se se ne parla in chiesa, in linea con quanto se ne parla nella Scrittura, è perché con la vanità, con i “baal”, con i falsi tesori, con le cisterne screpolate siamo immischiati ed è difficile starne fuori. Cioè, meglio, l’annuncio dice che in Cristo ne siamo già purificati, separati, ma nel susseguirsi dei giorni occorre restare in Lui. Ecco allora quella raccomandazione a vigilare,  vegliare, pregare che abbiamo sentito in queste domeniche. Cristo è l’essere vero. Stare in Cristo è stare nell’essere. Egli è la nostra rivelazione, e ciò tanto vale che è preferibile far guerra a ciò che non siamo e che non funziona in noi. Anche a quei legami familiari che celano dipendenza e non sono sinceri e fraterni secondo il Vangelo. “Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli…?”. È Gesù a dirlo e ci fa accorti che il primato spetta alla volontà del Padre.
 
Valerio Febei e Rita

Fonte:https://www.monasteromarango.it/


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