Don Marco Ceccarelli Commento XXII Domenica Tempo Ordinario, Anno “C”

XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (28/08/2022)

Vangelo: Lc 14,1.7-14 

  • Testi di riferimento: Sal 18,28; 84,11; 147,6; Pr 16,18-19; 25,6-7; 29,23; Is 2,11; 14,13-15; Ez
    17,24; 21,31-32; 28,17; Dn 12,2-3; Mt 6,1-4; 11,23; Mc 10,37-45; Lc 1,52; 6,23.35; 10,42; 11,43;
    12,21.33.48; 13,30; 16,15; 20,46-47; Gv 5,44; At 8,18-19; 1Cor 4,5, 2Cor 10,8; Ef 6,6-8; Fil 2,3;
    Col 1,3-5; Eb 11,26-27; Gc 3,1; 4,6; 3Gv 9-10
  1. Una prima cosa giusta: scegliere l’ultimo posto (Lc 14,7-11).
  • Anche il brano di Vangelo odierno va considerato nel contesto di cosa fare per entrare e per rimanere nel regno di Dio. Lo spunto è dato dalla partecipazione di Gesù ad un banchetto che, ancora una volta, funge da metafora per la partecipazione al regno (il discorso di Gesù ovviamente non mira semplicemente a dare dei consigli di buona educazione!). Con il battesimo si entra a far parte del regno; ma, come dicevamo la domenica scorsa, c’è sempre il pericolo di rimanervi esclusi (Eb
    4,1). Anche fra i discepoli di Cristo può nascere la cupidigia dei primi posti. Come non ricordare l’episodio dei figli di Zebedeo che chiedono appunto i due posti più importanti nel regno di Cristo, e gli altri dieci apostoli che si arrabbiano con loro (Mc 10,35-41)? È una tentazione costante anche all’interno della Chiesa quella di preferire il “posto” a Cristo (3Gv 9-10). Si cercano dei vantaggi, dei benefici, quando invece l’unico vantaggio che conta è avere Cristo.
  • Parlando agli invitati al banchetto Gesù vuole ricordare che l’importante non è quale posto si occupa, ma avere parte al banchetto, cioè – fuori di metafora – far parte del regno. La donna sirofenicia di Mc 7,25-30 è felice di essere considerata il “cane” di casa pur di far parte della casa. Il cane stava all’ultimo posto, stava in attesa dei pezzi avanzati gettati a terra dai commensali; e tuttavia anche lui condivideva il banchetto. Quello che conta non è dunque il posto, ma l’appartenenza al regno. Per questo molti degli ultimi – cioè di quelli che hanno capito che l’importante non è il posto e
    accettano di stare ovunque perché l’unica cosa che interessa loro è il regno e non altri tipi di vantaggi – saranno i primi (Lc 13,30), saranno quelli cioè a non rimanere esclusi dal regno. Dobbiamo renderci conto del privilegio di poter essere nella Chiesa. Appartenere al regno è una vocazione, una chiamata, un invito, un’offerta gratuita; non è un diritto, né una conquista. Chi persegue posizioni di prestigio dà prova di non aver capito che è una pura grazia stare nella Chiesa; vuol dire che non gli basta appartenere al regno, ma cerca altre gratificazioni. Significa che sta cercando la felicità non nell’unica cosa necessaria che è Cristo; ed è lui ciò che bisogna “scegliere”, come ha fatto Maria (Lc 10,42), non i primi posti. Ma quello della ricerca dei primi posti rimane un pericolo in cui si cade facilmente. Ci possiamo accorgere di essere caduti in questa tentazione nel momento in cui abbiamo pretese, rivendicazioni, nel momento in cui ci lamentiamo di qualcosa (come Marta). L’umile sa che non ha diritto a nulla. Per questo da un lato è contento di qualsiasi situazione in cui si venga a trovare, e d’altro lato è disponibile ad un vero servizio, perché ciò che lo muove al servizio è la gratitudine. L’umiltà genera la gratitudine e la gratitudine genera l’atteggiamento di vero servizio.
  • “Chi si innalza sarà umiliato” (v. 11). Proprio perché anche all’interno del regno c’è la tentazione dell’innalzamento, dei primi posti, del “chi è il più grande”, si dà la possibilità dell’umiliazione.
    L’autore dell’umiliazione è Dio, come dimostrano i tanti paralleli biblici (vedi testi di riferimento). Dio stesso si incarica di abbassare i superbi. Da ciò si ricava che Dio non è mai del tutto assente quando ci capitano eventi di umiliazione, anche quando pare che siano semplicemente frutto della cattiveria delle persone. Ogni umiliazione, se accettata in questa luce, «produrrà un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati» (Eb 12,11). L’umiliazione serve a guarire quella “follia” della superbia che ci spinge a non voler soffrire, a non voler obbedire, a volere prevalere sugli altri, a pensare di meritare più di quello che si riceve, a presumere di se stessi, e che ci può portare alla rovina. La salvezza viene dal renderci conto che siamo uomini e non Dio (cfr. Ez
    28). L’umiltà è la verità sulla nostra condizione, e l’accettazione di essa. E in questa accettazione possiamo ricevere l’innalzamento alla condizione divina.
  • La falsa umiltà. L’umiltà non è quella di chi non fa nulla perché si ritiene incapace. Non è quella dei complessati che si tengono in disparte, che si mettono all’ultimo posto per paura di sbagliare e quindi di essere umiliati; o magari per vedere se sono cercati e quando poi hanno un incarico lo svolgono con autoritarismo. L’umiltà non è quella di chi non fa nulla e giudica gli altri. Non è quella di chi sta sempre dicendo: “sono un peccatore”, però non lo crede. L’umiltà è quella di chi sta serenamente nel posto che Dio gli ha dato, compiendo serenamente l’incarico che Dio gli ha dato.
  1. Una seconda cosa giusta: fare tutto gratuitamente (Lc 14,12-14).
  • Dopo aver parlato agli invitati Gesù si rivolge all’ospite, a chi ha offerto il banchetto; potremmo dire, a chi esercita l’autorità. Comunque sia, anche nella comunità cristiana alcune persone occupano dei “primi posti”, delle mansioni di governo. Nella Chiesa anche l’autorità, come ogni altro servizio, è in funzione del bene dei fratelli, della carità. Ma anche nel compiere il bene ci può essere il
    pericolo di farlo non per l’unica cosa che conta – l’amore a Cristo – ma per un interesse personale, per un proprio prestigio, che ne se abbia consapevolezza o no. Allora Gesù afferma che quello che conta è l’amore; e chi ama fa le cose con atteggiamento di gratuità. Fare del bene ad un altro per averne un contraccambio si chiama “scambio commerciale”, non “amore”. La gratuità è un elemento essenziale dell’amore. Questo atteggiamento è espresso molto bene dall’inno alla carità di san Paolo (1Cor 13). Chi ha di mira soltanto il regno e soltanto la ricompensa celeste non si cura se quello che fa riceve un plauso o un contraccambio. La ricompensa ci sarà senz’altro, ma ad un altro livello. Una ricompensa che nessuno ci toglierà (Mt 6,1-4). Ma è chiaro che se rimaniamo delusi perché non apprezzano il nostro lavoro, perché non riceviamo un contraccambio, significa che quello che ci muove non è l’unica cosa importante, cioè l’amore a Cristo. Pensiamo ancora che la vita, la salvezza, la felicità ci vengano dalle realtà umane. È “beato” (v. 14) invece, cioè è felice, chi si aspetta soltanto la ricompensa che riceveremo alla fine dei tempi.
  • Chi è entrato a far parte del regno è divenuto figlio di Dio e, a somiglianza del Padre, ama senza sperarne nulla in cambio (Lc 6,32-35). E poi, in realtà, quale ricompensa dovrebbe desiderare chi possiede già il regno? Non esiste una ricompensa più grande. Qualsiasi altra cosa è inferiore al regno. Ed esso lo si possederà definitivamente e completamente solo alla risurrezione dei giusti. Fissare lo sguardo, porre la propria speranza, su qualsiasi altra realtà anteriore alla risurrezione, precedente al regno celeste, sarebbe autolesionistico, perché niente di tutto ciò rimarrà in eterno.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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