Paolo DE Martino “Odiare la vita?”

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (04/09/2022)

Vangelo: Lc 14,25-33 

Dopo il pranzo a casa di uno dei capi dei farisei, Gesù riprende il suo cammino verso Gerusalemme, seguito da una folla numerosa. Sono entusiasti di ciò che dice e di ciò che fa, per questo lo seguono, ma Gesù non desidera raduni oceanici, né gente che lo segue perché tutti fanno così. Sembra dire: “Ma avete idea di cosa significhi seguirmi?”. Non fa propaganda vocazionale, ma piuttosto dissuade. Chi vuole seguirlo deve fare bene i suoi conti. Forse Luca rivolge questa pagina ai molti neoconvertiti della sua comunità che con troppo entusiasmo abbracciavano la fede.

Gesù non ha mai illuso nessuno, non ha mai strumentalizzato entusiasmi o debolezze. Non ha cercato l’applauso delle folle, ma la totalità del cuore. Ai dodici dirà: «Volete andarvene anche voi?». Vuole discepoli maturi e liberi che lo seguano in modo convinto, insomma che lo scelgano. Alla quantità di discepoli preferisce la qualità (il cristianesimo non sarà mai la fede dei grandi numeri). E indica tre condizioni per seguirlo.
Rivoluzione

La prima: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Storicamente queste parole erano rivolte a singole persone scelte da Gesù stesso. Nella Chiesa di Luca queste parole furono sentite come rivolte a tutti i credenti (le folle).

Amico lettore, hai mai provato a mettere al posto della parola “padre”, “madre” ecc., il nome di tuo padre, di tua madre, di tuo figlio, di tua sorella o di tuo fratello? Non ti fa un po’ paura?

Il verbo su cui poggia la frase è: «Se uno non mi ama di più…». Non si tratta di togliere, ma di aggiungere. Siamo chiamati a stendere una luce più grande sulla luce dei nostri amori. Che bello! Gesù ha da offrirci qualcosa di ancora più bello dell’amore dato e ricevuto da nostro padre, nostra madre…Con Gesù, questi amori saranno più vivi e più luminosi.

Sarebbe sbagliato pensare che questo amore per Cristo entri in concorrenza con i nostri amori umani. Cristo non è un “rivale in amore” e non è geloso di nessuno. Nell’opera “La scarpetta di raso” di Paul Claudel, la protagonista, fervente cristiana ma anche follemente innamorata di Rodrigo, esclama tra sé: «È dunque permesso questo amore delle creature l’una per l’altra? Davvero, Dio non è geloso?». E il suo angelo custode le risponde: «Come potrebbe essere geloso di ciò che ha fatto lui stesso?».

Utilizzando il verbo «essere (e non “diventare”) mio discepolo», e i verbi al tempo presente, Luca non pensa solo alla scelta iniziale con cui si diventa discepoli, ma al comportamento che deve caratterizzare tutta la vita del cristiano. Gesù ricorda a chi vuole seguirlo che per quanto si possano amare «il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle», esse non sono Dio. L’amore che abbiamo per loro ci ricorda Dio, ma non sono Dio, trattarli come se lo fossero, significa fargli del male.

Le sue parole esigenti mostrano la verità su noi stessi. Amico lettore, chi segui? Quali sono le parole di cui ti nutri? Quali criteri utilizzi per dire dei sì oppure dei no? Quali sono i tuoi sogni?

Le parole di Gesù sono per la folla, per tutti, non solo per alcuni. Le condizioni per essere discepoli che troviamo in questa pagina di Luca sono per tutti, per tutti c’è una possibilità, un invito. Qui troviamo quello che gli studiosi chiamano il “radicalismo di Luca”. La forza rivoluzionaria delle parole di Gesù è conservata in questi versetti. Gesù fa una proposta radicale, che lascia senza fiato: chiede un amore che superi quello dei legami affettivi. Al cristiano è chiesto un “di più”. Amico lettore, si vede, nella tua vita di cristiano, questo “di più”? Ami tuo marito o tua moglie con questo “di più”, mettendo nelle Sue mani i momenti di fatica? Ami tuo figlio non legandolo a te, ai tuoi desideri e sei pronto a metterlo nelle Sue mani, al “di più” promesso da Gesù? Ami la tua comunità senza legarla a te, alle tue sensibilità, senza escludere nessuno? Accetti che il “di più” del vangelo ti chieda di andare in mare aperto?
Croce

La seconda: «Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo».

Gesù, con il suo invito, pone questo elemento di tortura sotto una nuova luce: la croce come fattore di libertà. Gesù ha bisogno di persone libere perché solo le persone pienamente libere sono capaci di amare, come lui ama. La vocazione del discepolo non è subire il martirio. La croce nel vangelo indica l’impensabile di Dio, la sua lucida follia d’amore. Scegliere la croce è scegliere d’amare. Questo è il senso della nostra vita di credenti. Amare, fino alla fine, fino a morirne, perché se l’amore non avesse un volto per cui morire sarebbe solo utopia. Il sogno di Gesù non è un corteo di uomini in un’eterna “via crucis”. Portare la croce non è sinonimo di passiva rassegnazione. Sostituiamo la parola “croce” con la parola “amore” e l’invito appare in tutto il suo splendore: “Se qualcuno vuole venire con me, prenda su di sé tutto l’amore di cui è capace, e mi segua”. La croce non ha nulla a che vedere con la sofferenza, le malattie, le disgrazie e i lutti che la vita presenta. La croce non è mai una prova che Dio ci invia, anche perché spesso le croci che portiamo ce le siamo create. Se possibile, bisogna fuggire la sofferenza, specie quella futile, ma amare, a volte, porta a spendersi fino alla fine, fino allo svuotamento di sé, fino al sacrificio (“sacrum facere” cioè “rendere sacro”). Ecco cosa significa “portare la croce”. Non è solo ciò che accade senza preavviso (sopportare una malattia o un evento doloroso) ma è la conseguenza di una libera scelta che facciamo in nome del vangelo e che ci espone alla fatica e all’incomprensione. Portare la croce è una scelta, come Gesù.
Progetto

Prima della terza condizione, ecco un inciso edile. Dietro ogni costruzione ci deve essere un progetto, una prospettiva: chi vuole realizzare qualcosa di grande non può improvvisare. Seguire Gesù richiede un tempo di calma, silenzio, non solo l’entusiasmo di un momento. È l’azione del discernimento, necessaria per percepire nel nostro cuore la voce di Dio. Amico lettore, prima di realizzare qualcosa bisogna entrare nel sogno di Dio, verificare se quel progetto è solo nostro o anche suo altrimenti qualcuno riderà di noi (la reputazione era una realtà molto importante in Oriente). Non basta costruire, occorre un progetto, non basta parlare, occorre avere qualcosa da dire, non basta fare del bene, occorre farlo bene.
Rinuncia

Ecco la terza condizione: «Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Gesù chiede ai suoi un atto di libertà, non un sacrificio ascetico. Il dramma delle cose è che hanno un fondo, terminano. Chiede di uscire dall’ansia di possedere che lascia l’illusione di essere perché si ha. Chiede di guardare alla qualità dei sentimenti perché «un uomo vale quanto vale il suo cuore» (Gandhi).

La bella notizia di questo brano? Noi diventiamo ciò che amiamo. Lui è l’Amore più grande; se fissiamo lo sguardo su Cristo, diventeremo come lui uomini liberi, una stella dentro il cielo oscuro del mondo.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: