Giuditta Bonsangue “Alla sequela di Cristo ispirati dal tango”

XXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (04/09/2022)

Vangelo: Lc 14,25-33 

vete mai ballato un tango? Non è facile, per niente intuibile e la complessità è tutta nell’abbraccio. Il tango è l’unico ballo dove i due ballerini, mentre ballano, si abbracciano. Chi non è esperto in campo non percepisce la difficoltà o la differenza. Per rendere l’idea, basta immaginare una coppia fisicamente legata dove il movimento di uno è conseguente al movimento dell’altro, dove l’unico modo per avanzare insieme è ascoltarsi, seguire quello che uno ha da comunicare all’altro. Abbracciandosi, follower e leader si sentono e danzano a tempo di musica. Ora, la bellezza è nello scoprire come seguire quello che l’altro comunica, e come interpretare la musica che avvolge l’abbraccio sensuale dei due tangueri.

Nel Vangelo di domenica, Gesù offre alcuni esempi sulla sequela del discepolato. Il primo, che ha sempre fatto molto scalpore in tutte le epoche, è provare un amore maggiore per Lui rispetto a quello per la famiglia. È vero che se si vuole seguire, anche un marito e/o una moglie, non bisogna essere influenzati dalla propria famiglia, perché quando si segue Cristo si entra in un altro tempo, quello di Dio, e il peso della famiglia o della società non devono essere d’ostacolo. Lo stesso vale per il tango: quando si segue bisogna entrare nel tempo della musica e nel modo in cui il proprio partner interpreta quel tempo musicale. Il bello della sequela è nel saper rinunciare a ciò che si è sempre fatto o detto, per lasciare un tempo che si conosce e ci ha “formato” e scoprire qualcosa di nuovo che ci “in-forma” in modo diverso. I tangueri assumono una forma davvero unica, un duo danzante che si apre alla moltitudine delle note e a tutti coloro che vivono la milonga [milonga è il luogo dove si balla il tango oltre ad essere un genere musicale di tango].

Ma tutto questo non basta: se ci addentriamo più nello specifico sia della sequela cristiana sia in quella tanguera, bisogna sapere che mai si inizia per lasciare. Non si invita un partner per poi lasciarlo nel mezzo di un tango. Così, se si vuole essere cristiani, non è bene iniziare se prima non si è disposti a pagare il prezzo della propria scelta. L’immagine del preventivo necessario per costruire una torre, utilizzata da Gesù mostra come chi diventa discepolo non lo fa ad occhi chiusi, non per un salto nel buio, come per secoli si è fatto credere. Fanno riflettere coloro che dicono di non essere cristiani perché non condividono la visione cattolica sulla sessualità, o per la corruzione del potere ecclesiale. Esse, che sono sicuramente delle realtà, non rappresentano il prezzo da pagare per la sequela cristiana.

Per concludere, tra tango e passi evangelici, l’insegnamento di Gesù che chiude il brano di domenica si sintetizza nella parola “rinuncia”. Non bisogna esaltarne il lato moralistico, ma cogliere forse più il senso teologico. Se siamo pieni di beni, rumori ed emozioni, perdiamo il dato essenziale che ci permette di seguire: l’ascolto. La vera povertà non è solo quella della privazione dei beni, ma di colui che sa vivere gli spazi, le mancanze, i vuoti come occasione dell’accadimento del mistero. Se si rinuncia è per essere liberi, per tutelare spazi aperti all’azione dello Spirito. Carlos Gavita, grande tanguero, diceva: «Il segreto del tango sta in quell’istante d’improvvisazione che si crea tra passo e passo. Rendere l’impossibile una cosa possibile: ballare il silenzio».

di Giuditta Bonsangue

Fonte:osservatoreromano.va


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