Monastero di Ruviano Commento XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (11/09/2022)

Vangelo: Lc 15,1-32

Dio instancabilmente nella ricerca e nell’attesa dell’uomo, dell’Adamo perduto: è questa l’immagine divina che si ricava dalle tre parabole della misericordia. Tutto, nella Scrittura, parla centralmente della misericordia del Signore. E soprattutto nel Vangelo di Luca. La missione di Gesù vi appare, fin dagli inizi, come compimento della Parola di un Messia che viene a prendersi cura dell’uomo povero e fallito (cfr. Lc 4,16-21). Una missione che, dopo un lungo e insistito annuncio, si compie sulla croce, dove, malfattore in mezzo ad «altri due malfattori», Egli dona il paradiso a quello dei due che si riconosce raggiunto nella sua stessa condanna da colui che non aveva compiuto alcun male (cfr. Lc 23,39-43). Sulla croce Gesù dona il perdono a coloro che lo crocifiggono e lo Spirito Santo a tutta l’umanità (cfr. Lc 23,33-34. 44-46). A partire da tale cura, la vita di fede del cristiano è un cuore aperto d’amore al dono, alla comunione, con tutti, nemici compresi (cfr. Lc 6,27-36). Tutto questo per dire che le tre parabole non sono un’incontrollata esagerazione, una scheggia impazzita di un’assurda misericordia, ma un’immagine di quella misericordia e cura di Dio per l’uomo perduto che costituisce tutto il Vangelo.
Oggi, se c’è una crisi della Chiesa, non è quella manifestata dal crollo della partecipazione oppure provocata dagli scandali. La crisi è una certa infedeltà dell’insegnamento, della prassi e della disciplina proprio al dettato della misericordia, soprattutto verso i più lontani, e quindi più bisognosi di scoprirsi cercati dal Signore, per donare loro la sua cura.

«Vi sarà gioia nel cielo (cioè in Dio) per un solo peccatore che si converte… C’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte… Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». È la festa del perdono. È la festa di Dio. La vita di un povero uomo smarrito vale più di tutta la gloria divina di cui gode. Altro che un Dio giudice impassibile e distaccato! Non può lasciar perdere una sola umanità, che, più è peccatrice, più le è cara.
Il pastore va in cerca della pecora perduta «finché non la trova»; la donna cerca accuratamente la moneta «finché non la trova»; il padre vede il figlio perduto «quando era ancora lontano», perché il suo cuore era andato lontano sulle vie della perdizione del figlio, per ritrovarlo. Davvero è l’immagine di un Signore che si perde finché non raggiunge chi si è perduto: non c’è limite, non c’è confine, non c’è misura, fino a perdere qualsiasi decorosità e convenienza. Noi speriamo perché il Vangelo ci rivela questo Dio perduto per l’uomo. In genere si dice: «Ciò che è perduto è perduto». Invece Dio dice: «Ciò che è perduto mi spinge a perdermi per ritrovarlo».

Basta guardare alla figura del padre della parabola. Non avvisa dei pericoli che il figlio può incontrare lasciando la casa paterna; attende instancabilmente il ritorno di chi era andato a sperperare la vita del padre; non lo rimprovera quando torna e non richiede spiegazioni né di “fare i conti”; lo accoglie gratuitamente nel suo fallimento e ancora nella sua incomprensione (era tornato a casa per bisogno del pane, non per desiderio del padre). Il padre esce poi incontro al figlio maggiore sdegnato e irato con il padre stesso; lo prega di entrare, con una supplice invocazione da servo; accoglie anche l’espressione di odio verso il fratello e l’accusa verso di lui di averlo accolto; anzi rinnova una sua totale fiducia in lui: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo». Appare un padre “debole” verso i propri figli. Eppure, è solo accogliendo gratuitamente il perduto e rinnovando la fiducia nel figlio che vive da schiavo che egli può recuperarli alla dignità e alla relazione di figli. È la forza dell’inermità del padre. È quella cura e quel recupero della relazione che sono avvenuti sulla croce di Gesù.
Conosciamo quasi a memoria questa parabola. Ma proviamo a lasciarci incantare e sorprendere da questo agire così scandaloso del padre, che è l’agire di Dio in Gesù Cristo. Perché la riconciliazione è avvenuta nel suo abbassamento, nel suo svuotamento (cfr. Fil 2,6-11) fino alla croce: quell’impotenza di Dio in Gesù Cristo opera una totale riconciliazione di tutto ciò che nell’uomo era perduto (cfr. Rm 5,8-11).

Il vestito più bello, l’anello al dito, i sandali ai piedi, la festa e il banchetto con il vitello grasso: la dignità più ricca e più bella, e la gioia più grande per chi è fallito nella sua dissolutezza. Quanto pesa l’amore di un padre! Sappiamo che in ebraico il termine «gloria» indica appunto il «peso»: la gloria di Dio è dunque l’abbraccio del padre per il figlio. Inopportuno e scandaloso, per chi ha fallito come figlio e vuol essere solo servo, per avere il pane. Ma Dio non sa cosa farsene di uomini capaci di vivere solo da servi, nell’osservanza delle leggi religiose, in culti a un lontano Dio, in morali disumane. Dio preferisce i perduti e i falliti, perché ad essi può far sperimentare il suo amore misericordioso, mentre un «servo non sa quello che fa il suo padrone» (Gv 15,15a).
Tutto è iniziato con lo scandalo degli uomini religiosi perché «si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo». Alla fine del racconto delle tre parabole, immagino Gesù che torna a «accogliere i peccatori e a mangiare con loro», per far sentire l’abbraccio del Padre per il figlio perduto, il calore del pastore che si carica sulle spalle la pecora «che aveva perduto», e la gioia della donna per aver ritrovato l’insignificante centesimo smarrito.

Alberto Vianello

Paternità e maternità sono la completezza dell’esperienza umana. Non parliamo di età migliori, più o meno felici, più o meno performanti. Parliamo di piena attuazione del mistero dell’esperienza umana. Il padre e la madre sono la forma compiuta dell’uomo e della donna. Una vocazione, come un istinto, ci spinge. La declinazione di questo status di genitore non è scontato. Le inadempienze e gli eccessi non si contano. Ma la paternità e la maternità sono archetipi profondi, sapore di Dio, Dio è padre del tutto, noi padri e madri barcollanti. Ombre. E davvero nell’esperienza del bambino, totalmente affidato che altro possono essere per lui i genitori se non il tutto di cui vive? È una esperienza irriflessa, istintiva, ma non di meno totalizzante, che fissa in lui l’archetipo, che si porterà avanti per la vita. Spesso la fede in Dio ne è condizionata, in un senso o nell’altro. Certo ci aggiungerà del suo, lo piegherà ai suoi desideri, la farà responsabile delle sue paure e dei suoi insuccessi, della sua arroganza… come accade al figlio giovinetto della parabola che non trova spazio in casa, sempre la stessa con i suoli congelati e presume di reinventarsi lontano, altrove. Non andrà secondo le previsioni. Una parabola che avrebbe potuto piacere al mondo ebraico, basato sul valore della tradizione, del padre, appunto. Ma per gli scribi e i farisei non funzionò, come non funzionò per il fratello maggiore (che di essi è copia) l’accoglienza cordialissima e festosa riservata dal padre al fratello degenere e beneamato, a “questo tuo figlio”. Ma la differenza fra i due è che il figlio discolo, per il suo errore ha conosciuto il padre, lo ha provato e ha fatto esperienza di lui; il maggiore con l’osservanza delle regole è bastato a sé stesso e non si è accorto del cuore di lui. “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo…”. La parabola non dice come sia rimasto, se si sia accorto di aver vissuto da servo e non da figlio. “Io non voglio sacrifici e offerte ma comunione con me”, dice il salmo 49. “Ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita”. Di chi parliamo? Di tuo fratello!.
La madre e il padre generano più volte il figlio, e non è mai finita. Un prete che tra l’altro si occupava di tossicodipendenti disse una volta. “Non c’è sofferenza più grande di una madre che abbia il figlio perso con la droga”. Quel dolore, volto a preghiera, è capace di salvarlo.
Se ci si chiedesse chi è l’attore principale della parabola verrebbe subito in mente il figlio minore, il vagabondo che fa e disfa. Il fratello maggiore no di certo, lavora e pensa a mangiare. E il padre? Il padre non fa nulla, subisce l’iniziativa di entrambi ma è il vero protagonista. Non dice una parola quando il figlio lo insulta chiedendogli ‘la parte che mi spetta’. La spartizione dei beni ‘spettanti’ agli eredi si faceva alla morte del padre; per cui dire ‘dammi la parte che mi spetta’ equivale a dire: ‘per me tu sei morto’! Ma egli tace tutto il tempo, solo gli occhi guardano lontano e interrogano il domani. C’è una pena segreta, una vigilia lungamente chiusa in cuor suo. È questa che opera. Bisogna crederlo perché il dolore ha senso, ha valore, invisibile come lo Spirito ma opera. Il dolore ha senso e questo ci aiuta. È il pianto segreto del padre che agisce per vie sconosciute e cambia la storia del figlio. Raddrizza le vie tortuose. Anche Monica, la madre di sant’Agostino, santa anche lei, piangeva e pregava per quel figlio! Ora questa idea può essere pensata come bella e romantica e consolante. Forse è solo questo. Ma già sappiamo che il ruolo genitoriale ‘infinito’ si svolge nel tempo: si allevano i figli, si sta loro accanto come siamo capaci mentre crescono, sicuramente mancando ora in questo ora in quello, essi raggiungono l’adolescenza tempo di grande agitazione per tutti, le prime prove di autonomia, a volte smodate e mancanti di rispetto, i litigi e i musi, le porte chiuse, i patemi della scuola, e poi gli amori, oh gli amori folli dell’adolescenza che dura sempre troppo a lungo… il ruolo del padre e dalla madre cambia, si fa meno presente, meno decisivo, meno invadente, più discreto. Resta la trepidazione, a volte la sofferenza ma non la si dà a vedere, resta nel segreto, un po’ come era per il padre della parabola. E si prega o si spera da qualche parte, non si può fare altro. Per questo la speranza e la preghiera sono gli strumenti più potenti che abbiamo a disposizione più si diventa inattivi, ininfluenti. E la fede a poco a poco prevale, ne esce giustificata perché non c’è altro. L’amore ci spinge ad avere fede, a capire che se vuoi bene a qualcuno occorre aver fede. È l’amore che prevale e ridona il bene al figlio, al di là degli errori di tutti, amore in attesa. La fede fa accadere le cose.
Ecco perché diventare padre e madre è pienezza dell’esperienza umana. Come il padre della parabola che non perde tempo con le confessioni del figlio e dà ordini per il banchetto, la festa. Così sarà.
 
Valerio Febei e Rita

Fonte:https://www.monasteromarango.it/


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