Don Marco Ceccarelli Commento XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (11/09/2022)

Vangelo: Lc 15,1-32

  1. La gioia. Il brano di Vangelo odierno presenta tre parabole conosciutissime. Per una corretta interpretazione mi pare che occorra da un lato sottolineare ciò che le accomuna e dall’altro notare (perché forse non è così immediato) che, mentre le prime due sono perfettamente parallele, la terza si distingue dalle precedenti in diversi aspetti. Il punto che maggiormente accomuna la terza alle altre è quello della festa e della gioia: 5 volte nelle prime due parabole (vv. 5-7.9-10), cinque volte nella terza parabola (vv. 23-24; 29.31). Come si gioisce in cielo per un solo peccatore convertito, così il padre della terza parabola fa festa e gioisce per il ritorno del figlio. Questo sicuramente è un punto centrale del messaggio di Gesù ai farisei e ai dottori della legge. Essi mormorano per il comportamento di Gesù (v. 2); ma esso è conforme alla volontà di Dio che non vuole che alcuno si perda (1Tm 2,4). Tanto è così che ha mandato il suo figlio nel mondo per salvare i peccatori, come testimonia Paolo nella seconda lettura. Dunque, non c’è gioia più grande che possiamo procurare a Dio e a tutta la corte celeste se non la conversione dei peccatori. Una gioia alla quale tutti siamo chiamati a partecipare. Se vogliamo far felice Dio – diciamo così – come si desidera far felice qualcuno che si ama, allora non possiamo volere e cercare niente di più che la conversione degli uomini,
    a cominciare dalla nostra (vedi punto 3).
  2. La terza parabola.
  • Anche qui abbiamo i tre elementi essenziali: perdita, ritrovamento, festa. Però la differenza fondamentale rispetto alle due parabole precedenti è la presenza della libertà individuale. Il figlio prodigo (= scialacquone) si perde perché lo vuole lui. Il figlio maggiore rimane a casa perché lo vuole lui. Anche il padre liberamente sceglie di non muoversi alla ricerca del figlio perduto. Certo, noi sappiamo che Dio si è mosso, eccome, alla ricerca dell’uomo perduto. Dio ha mandato suo Figlio a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10). Però qui si vuole mettere in risalto il fatto che neanche Dio può far nulla se non c’è la disponibilità di essere salvati. Quindi il punto sta nella gestione della propria libertà. Dio vuole che tutti si salvino (1Tm 2,4), ma non ci salva senza o contro di noi. Che cosa muove al desiderio della salvezza? Nel caso descritto dalla parabola si tratta della consapevolezza della propria infelicità e il riconoscimento che tale situazione è causata dal proprio agire sbagliato. Per questo la conversione più difficile è quella dell’altro figlio che, pur essendo anche lui non felice, attribuisce tale infelicità al padre. Che la parabola abbia di mira soprattutto coloro che sono rappresentati dal figlio maggiore si capisce – oltre che dal v. 3 (“Disse questa parabola a loro”, cioè ai farisei e agli scribi) – dal fatto che nonostante essa avrebbe perfettamente senso anche se terminasse al v. 24, prosegue invece per descrivere l’atteggiamento del figlio maggiore e soprattutto per presentare la prospettiva del padre.
  • La conversione per il figlio maggiore.
    • Nella scrittura l’empio, il peccatore, è colui che ritiene di potere gestire la sua vita in autonomia da Dio. Molto spesso questo stile di vita appare redditizio, conveniente. Spesso chi non vuole rispondere ad un’autorità superiore sembra così libero da poter fare quello che vuole ed essere felice.
    Sembra spesso che le cose vadano meglio a lui che agli altri. Così anche il giusto non di rado è tentato di seguire la stessa via (Sal 73). Dunque il figlio maggiore – e con lui tutti i farisei e gli scribi di questo mondo – pensa che il fratello se la stia spassando e lo si capisce dal fatto che si arrabbia nel momento in cui lo scialacquone viene riaccolto, in festa, a casa. Perché si arrabbia? Perché lui non ha abbandonato la casa paterna, si è “sacrificato” a lavorare mentre il fratello si divertiva. Certamente anch’egli poteva fare la stessa scelta. Il padre ha diviso “fra loro” i beni (v. 12). Anche lui ha avuto la sua parte e poteva scegliere di andarsene. Però in fondo pensa: dopo mio fratello sarà punito e io sarò premiato. È l’atteggiamento di chi vede il peccato come una cosa buona che purtroppo non si può fare. Però, pensa, se io mi sforzo dal non peccare dopo sarò premiato (paradiso) e gli altri saranno puniti (inferno). Invece risulta che al fratello scialacquone gli fanno pure festa. Allora si capisce perché si arrabbia. E avrebbe anche ragione, se il suo modo di pensare, di considerare il peccato, fosse giusto.
    • Ma la realtà è diversa, come afferma il padre. Il peccato non è per nulla una felicità. Al contrario è una morte e una perdizione (vv. 24.32), mentre la vera felicità sta nella comunione con Dio. Questo è quanto il giusto del Sal 73 ha capito dopo essere stato tentato di seguire le vie degli empi. Chi è lontano da Dio perisce (Sal 73,27), mentre la felicità è stare sempre con Dio (Sal 73,23). Per questo il padre della parabola dice: «Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (Lc 15,31). Niente può separare il giusto dall’amore di Dio, tranne il cadere nella tentazione di porsi al livello dell’empio. La nostra vita va verso la comunione piena e definitiva con Dio, e tutto sta nel non separarsene mai, resistendo a tutte le tentazioni che mirano a farcela perdere. Se siamo tristi come il figlio maggiore, pur essendo nella casa del Padre, non è certo per colpa di Lui. Egli ci lascia completamente liberi e ci dà tutto ciò che ci serve. La tristezza è causata da altro. Dunque entrambi i figli non hanno capito che la felicità non sta nel separarsi da Dio, ma al contrario nella comunione con Lui. Però il secondogenito ritorna.
  • La conversione per il figlio prodigo (= scialacquone).
    • Costui ha pensato di essere proprietario di qualcosa. È la tematica della “amministrazione” molto presente in Lc (l’avevamo già incontrata qualche domenica fa e la troveremo di nuovo domenica prossima). Si fa padrone delle cose del Padre e vuole gestirle come gli pare. Anche in questo caso si mostra come Dio rispetti totalmente la libertà degli uomini; tanto che non è il padre – a differenza delle prime due parabole – che va a cercare il figlio “perduto”. Certamente il Padre attende con ansia il ritorno; e tuttavia è il figlio che deve prendere la decisione. Ma cosa lo ha mosso a ritornare, a convertirsi, a sentire il desiderio della vita precedente? Una cosa molto semplice: la fame.
    • Sentire fame significa sentire un vuoto, sentirsi, come dice chiaramente il figlio, sulla soglia di una “morte sciagurata” (v. 17). Sentire cioè che quel modo di usare i beni non ha dato la sazietà, la felicità. C’è una fame interiore, un desiderio profondo di vita, che non si soddisfa con cibi materiali.
    C’è uno stomaco spirituale, un vuoto dentro di noi, che vuole essere riempito. Tanti sentono questa “fame” e cercano di appagarla con divertimenti, dandosi alla pazza gioia, usando tutto quello che hanno a disposizione per saziarla. Ma nonostante tutto si arriva ad un punto in cui quella fame è più forte che mai. E tanti, pur avvertendo questa indigenza, non sanno più dove rivolgersi. Sono arrivati al momento in cui percepiscono che tutto quello che hanno fatto non li ha resi felici, ma non sanno che altro fare. Se hanno avuto una qualche esperienza della casa del Padre forse anche loro si renderanno conto, come il figlio prodigo, che si stava meglio lì, nella Chiesa. Ma se non ci sono mai stati come lo scopriranno? Per questo Cristo sta insieme ai peccatori perché è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10), è venuto a portare il vero cibo che sazia e che è lui stesso. Per questo la Chiesa non può non continuare la stessa missione di Cristo di portare gli uomini alla sazietà della comunione con Dio. «Beati voi che ora avete fame perché sarete saziati» (Lc 6,21).
  1. La domanda fondamentale che ci pone allora la/le parabola/e non riguarda il figlio dal quale ci sentiamo rappresentati. Concerne piuttosto il comportamento di coloro che criticano Gesù. Vale a dire: c’è in noi la ricerca, il desiderio, la speranza, la volontà, che i peccatori si convertano? Quello che muove la nostra vita, il nostro operare, è il ritorno degli smarriti? La nostra gioia sta nella salvezza degli uomini? Abbiamo in noi gli stessi sentimenti di Cristo? Siamo creature celesti che hanno come massima aspirazione la conversione degli uomini? Questa è la grande questione, perché se ci pensiamo bene forse ci accorgiamo che non c’è in noi niente di tutto questo, che le nostre aspirazioni, le nostre gioie, risiedono da tutt’altra parte. Magari siamo nella casa del Padre, ma cerchiamo la gioia non in ciò che la cerca il Padre. Potremmo chiederci perché. Il contrasto tipico lucano è dunque, in questo capitolo, fra la gioia e la non gioia del v. 7 e implicitamente del v. 10. La gioia è per il peccatore che si converte. Punto. Non c’è un più o un meno (nonostante la non adeguata traduzione). È qualcosa di analogo all’episodio di Marta e Maria in cui c’è una sola cosa buona e non una migliore delle altre. C’è anche, è vero, il contrasto fra i due figli, ma in realtà il contrasto è piuttosto fra la posizione del padre e quella del figlio maggiore a riguardo della festa. Uno vuole la festa e l’altro no; uno è nella gioia e l’altro no. Questo è il vero punto della parabola

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/


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