Mons Angelo Sceppacerca Commento Domenica 18 settembre

Liturgia: Am 8, 4-7; Sal 112; 1Tm 2, 1-8; Lc16, 1-13

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Cento barili d’olio erano un capitale, corrispondevano a più di tre anni di paga per un operaio. Anche cento misure di grano erano circa 260-280 quintali. Si trattava in ogni caso di un debito enorme, fuori dalla comune capacità. Così come la misericordia del Signore nei nostri confronti: un amore senza parallelo.

Gesù ricorre a una parabola audace. È reale l’accusa all’amministratore che sta per essere licenziato; eppure, con scaltrezza, riesce ancora a procurarsi riconoscenza e favori dai debitori del padrone. Il Signore non loda la furbizia, ma mostra, ancora una volta, fin dove si spinge la sua giustizia, che è l’altro nome della misericordia: quasi ad apparire ingiusta, esagerata, come sembrò al fratello maggiore la festa per il prodigo ritornato a casa.

Questa misericordia del Padre viene ora chiesta a noi ed è custodita – pur mantenendo un’enorme differenza! – nella richiesta del Padre nostro: perdonaci come anche noi perdoniamo ai nostri debitori. Il Signore ci chiede di praticare la sua stessa compassione e di farlo in suo nome. Il fatto che i peccatori siano definiti “debitori”, come i personaggi della parabola, suggerisce il legame tra la misericordia e la “ricchezza” che è disonesta quando non è data, non è condivisa nella comunione dei beni.

Misericordia è partecipare e condividere l’amore di Dio, ricevuto e ridonato. Fuori da questa danza (pericoresi è il termine che indica il rapporto fra le Persone divine), le ricchezze di questo mondo sono cose di poco conto, anche cento barili d’olio o cento misure di grano.

Alcune parole dei Padri della Chiesa. L’ultima è luminosa nella sua audacia, come la parabola di oggi.

“Non pensiate che tutto quello che avete sia esclusivamente vostro. Fatene parte anche ai poveri, agli amici di Dio. Di Lui infatti, che è nostro Padre, sono tutte le cose. Noi siamo fratelli”. (San Gregorio Nisseno)

La differenza tra superfluo e necessario: necessario è quanto serve per vivere e vestirsi, mentre il di più è superfluo ed appartiene ai poveri (S. Girolamo e S. Agostino). Ci sono dei casi in cui bisogna dare perfino il necessario (S. Giovanni Crisostomo e S. Gregorio Magno).

«Se ciascuno prendesse soltanto di che sopperire ai propri bisogni, e lasciasse il di più all’indigente, nessuno sarebbe ricco, nessuno sarebbe povero» (S. Basilio).

«Non ci sarebbe povertà, non ci sarebbe eccessiva ricchezza, se ci fosse la carità: ci sarebbe solo quanto di buono può dare l’una e l’altra. Dall’una prenderemmo l’abbondanza, dall’altra la libertà dalle preoccupazioni e non patiremmo né le ansie della ricchezza né la paura della povertà» (S. Giovanni Crisostomo).

«La divisione è una causa di impoverimento, la concordia e l’unione delle volontà una causa di ricchezza. Nei monasteri si vive ancora come nella Chiesa primitiva. Chi vi è mai morto di fame? Chi non vi ha trovato un nutrimento abbondante? Tuttavia gli uomini dei nostri giorni hanno più paura di vivere cosi che di gettarsi in mare. Se avessimo provato questa vita non la temeremmo. Se nel passato qualche fedele — ed i fedeli erano allora appena ottomila — ha osato, in presenza di un mondo ostile, senza aspettarsi alcuna approvazione, fare un tentativo coraggioso di vita in comune, quanto più noi lo potremmo fare ora che ci sono dei fedeli in tutto il mondo? Ci taccerebbero ancora da pagani? No, perché li avremmo attirati tutti a noi e conciliati con noi» (S. Giovanni Crisostomo).

Fonte:https://www.diocesitrivento.it/


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