Don Paolo Zamengo “La predica dell’amministratore disonesto”

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (18/09/2022)

Vangelo: Lc 16,1-13

La parabola dell’amministratore disonesto e astuto ci crea
qualche imbarazzo. È la storia di un consigliere delegato
corrotto che non esita a falsificare i bilanci pur di salvare la
sua poltrona. Sembra cronaca di oggi.

Gesù non ama la corruzione e non esalta gli imbrogli. Dio non può lodare la sfrontata violazione
della morale. Il fine non giustifica i mezzi. Anche oggi, capita di osservare con amarezza come
vanno le storie degli imbroglioni di casa nostra che corrompono, che tradiscono, ma escono spesso
da tutto con disinvoltura e, a volte, con riconoscimenti.
La parabola loda invece la capacità di leggere al volo una situazione e di affrontarla e trovarvi un
rimedio. Gesù vorrebbe che i suoi discepoli mettessero la stessa prontezza, la stessa lucidità, la
stessa fantasia, a servizio del vangelo.
La parabola non rinnega quanto Gesù aveva affermato tante volte. “Non potete servire Dio e il
denaro”. Servirci del denaro sì, certo, ma non per diventarne schiavi. Possiamo cercare un giusto
benessere se lo cerchiamo per noi e per gli altri insieme: questa è la condizione che lo rende
giusto. Ma servire il denaro, cioè legare il cuore al denaro, è idolatria.
Il profeta Amos e il vangelo mettono in questione le nostre liturgie: cristiani che frequentano la
chiesa ma il loro Dio è in banca. Bisogna sentire profondamente lo stridore tra il culto a Dio e il
culto al denaro. Il culto a Dio suppone la logica dell’amore, della condivisione, della fraternità. Il
culto del denaro suppone la logica del possesso, dell’accumulo, del profitto, della prevaricazione.
Nella liturgia i segni parlano chiaro. Il pane non è fatto solo per essere mangiato ma anche per
essere condiviso. L’impegno per la giustizia a favore di chi è ancora privo dell’essenziale per una
vita dignitosa ci chiede di operare negli organismi dove si decide il futuro dello stato, della città,
del quartiere, della scuola, del lavoro, in dialogo e collaborazione portando il contributo della
piena carità, della visione dell’uomo secondo il vangelo.
“Prima gli italiani” si è detto, si è scritto, si è anche urlato da qualche parte. Prima i poveri dice
Gesù, di qualsiasi lingua, colore, provenienza. I poveri li avremo sempre con noi, basta non
chiudere gli occhi. I poveri non sono i nostri nemici ma gli amici da amare.
Non basta recriminare sulle situazioni, non basta lamentarsi dei mali del nostro tempo, non basta
constatare. Occorre pensare, occorre inventare, immaginare passi concreti che portano alla
possibilità per tutti di “trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità”, come oggi
ci dice l’apostolo Paolo nella seconda lettura.
Immaginare il futuro, insegna il Vangelo, è inventare soluzioni che non hanno il fiato corto, ma
l’orizzonte ultimo, quello definitivo, l’orizzonte delle dimore eterne: amici che ci accolgono in
paradiso. Quell’uomo ha saputo fermarsi a pensare e ha incominciato a capire la differenza tra
falsa e vera ricchezza. Poi ha usato il patrimonio economico per crearsi il vero patrimonio, quello
delle relazioni, gli amici. 
Coloro che hai amato apriranno la porta come se il cielo fosse casa loro, come se la chiavi
dell’eternità le avessero loro. Gli amici valgono più del denaro. Ti accoglieranno, dice Gesù, quelli
a cui hai donato con sincerità e generosità. Non quelli che hai sfruttato. Saremo giudicati
sull’amore.


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