Monastero Marango “Gesù con i poveri alla nostra porta”

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (25/09/2022)

Vangelo: Lc 16,19-31

Già il Vangelo di domenica scorsa condannava la ricchezza, quella trattenuta egoisticamente per sé e non condivisa con i bisognosi. È proprio il favore di questi ultimi che apre le porte del paradiso, cioè che trova tutto il compiacimento di Dio. Il condividere con i poveri le ricchezze è il vero saper fare, la prontezza nel levarsi d’impaccio in una situazione di crisi. Ma la storia del mondo ci mostra quanto sia difficile che i ricchi aprano le mani a favore dei poveri. E. Ronchi ha scritto, riguardo ancora al Vangelo di domenica scorsa, che il vero nemico di Dio non è il demonio (Gesù ne ha scacciati tanti dagli uomini) né il peccato (che la misericordia divina perdona), ma la ricchezza, «il dio alternativo. Il ricco è malato di ateismo. Il suo dio è in banca».
Il Vangelo, insieme alla prima Lettura di questa domenica, denunciano un’altra dimensione dell’iniquità del ricco: l’ostentazione della sua opulenza lo rende indifferente alle sofferenze del povero.
 
Continua la denuncia del profeta Amos. Egli condanna le lussuose residenze degli aristocratici di Samaria, le loro orge, i loro divertimenti, l’ostentazione della loro ricchezza. Su tutte queste vergogne incombe il giudizio della storia: infatti pochi anni dopo, le armate assire di Sargon II distruggeranno Samaria. Dietro, vi è il «giudizio» di Dio. Perché la ricchezza, l’egoismo sfacciato, la vita mondana, la corruzione estinguono nell’uomo il suo cuore, la sua umanità: «Bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe (cioè del popolo) non si preoccupano». Il disinteresse per i poveri è un comportamento assolutamente iniquo: è la più grave ingiustizia, pari a usare loro violenza. Perché ogni briciola di tutto ciò che abbiamo in più per vivere decorosamente esiste per essere loro destinata, appartiene a loro che ne hanno bisogno per vivere. L’egoismo ottunde completamente il cuore umano: ci convince a pensare solo a noi e a preoccuparsi esageratamente di noi stessi, per cui risulta “normale” disinteressarsi degli altri. E forse mai come nei nostri giorni il contrasto fra il trattenimento per sé dei ricchi e la disperazione dei poveri caratterizza il mondo di ogni singola società.
 
La famosa parabola del ricco e del povero Lazzaro inizia proprio presentando l’assurdo di questa situazione iniqua del mondo. Da una parte c’è «un uomo ricco»; non ha nome, perché espropriato della sua identità dalla ricchezza: non ha cuore, ha soldi. Veste come un re e ogni giorno banchetta come se fosse a un matrimonio. Dall’altra c’è «un povero, di nome Lazzaro»: Dio conosce per nome i suoi figli e ascolta il grido della loro sofferenza. Il testo letterale dice che Lazzaro «era gettato alla sua porta»: dice la brutalità della sua situazione di povero disperato alla ricerca inutile di una briciola di quello spreco. Lazzaro non stava in un altro luogo, anche solo di là della strada. Era gettato proprio alla porta del ricco. Questi, per uscire di casa, avrà dovuto scavalcarlo: come non vedere la sua sofferenza e il suo bisogno?! Come non vedere quello spreco di ricchezza che caratterizzava tutti i suoi giorni con i quali poteva soccorrere con un niente di essa il povero Lazzaro?! È più difficile non fargli la carità che fargliela!
Eppure Gesù racconta che Lazzaro era «coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco», ma non gli arrivava nulla. Anzi: «Ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe»: ulteriore motivo di sofferenze e di decadimento umano. Gesù non ha pudori nel raccontare la bruttura della povertà e l’ancor maggiore bruttura della chiusura del cuore dinanzi ad essa. La sua denuncia è esplicita, e risuona oggi con ancora maggior forza, dentro il nostro mondo con il trionfo del pensiero: «Pensiamo a noi stessi, cerchiamo i vantaggi che ci spettano». Oggi si cavalca la convinzione che le nostre difficoltà economiche e sociali che viviamo (le nostre povertà) sono causate da coloro che sono più poveri di noi: è la perversione ideologica della realtà. Non aiutiamo Lazzaro perché crediamo che questo causi la nostra crisi.
 
La condanna divina è totale. Il ricco negli inferi e Lazzaro in seno ad Abramo non è la descrizione dell’inferno e del paradiso. Gesù usa questa immagine per proclamare il giudizio di Dio sull’iniquità del ricco. Essa ha qualcosa di irreparabile. È una totale ferita all’uomo, alla storia e a Dio, una ferita che non si può facilmente cancellare. Dio ha creato l’uomo e la storia per la felicità. Che i ricchi, con la loro ricchezza, ne facciano il luogo del dolore per tanti disgraziati contraddice il progetto di Dio e la sua opera, perciò Egli li condanna.
Non condanna le ricchezze, ma la chiusura del cuore che esse provocano in chi le possiede. Dire che ci possono essere anche ricchi buoni è fare ideologia. Salvo persone che sono nel numero delle eccezioni, di fatto, nella storia, i ricchi hanno sempre difeso la loro ricchezza e offeso il prossimo con le loro chiusure. Essere ricchi non è un peccato, ma chiudere qualsiasi tipo di ricchezze agli altri lo è. E ciascuno di noi è sia ricco così da dover condividere, sia povero da attendere da chi ha.
 
Alberto Vianello
 
 
I poveri preferiscono nascondersi come tutti tendono a nascondere le proprie povertà. Camminano rasentando i muri, come per avere sicurezza almeno da un lato. I poveri sono agorafobici. La società è una superficie che galleggia su un mare di poveri. Ma li vedi alla stazione dei treni, osservano con distacco chi va e chi viene, i vestiti, le valigie, i tacchi alti delle signore… Ed è lì la loro esistenza, in quel guardare senza emozioni come videocamere di sorveglianza. Per il resto la stazione rappresenta l’attesa della partenza verso un non luogo, chissà dove. Sempre meglio della terra alla quale sono ormai estranei. Il povero predica che il mondo non basta e la nostalgia di qualcos’altro che non ha nome è tanta! Un prete era solito affermare: “I poveri sono i nostri maestri!”. Una volta Nazzareno, alticcio come sempre, entrò in chiesa mentre quel prete stava per attaccare la predica. “Oh Nazzareno, da quanto tempo! (Nazzareno, senza fissa dimora, al venir del freddo si recava in una città provvista di un carcere confortevole, si poneva in faccia ad un poliziotto e lo insultava quanto necessario per essere processato per direttissima e venir condannato a tre o quattro mesi di carcere, così da uscirne all’arrivo della primavera, pulito e fresco). Pensavo che tu fossi morto, volevo essere io a farti un bel funerale! Vieni a dirci qualcosa”. Nazareno: “Vengo, papà” (così chiamava quel prete). Arrivato a lato dell’altare, prese il microfono e disse: “La delinquenza prospèra (con questo accento) nell’abbandono, nella solitudine, nella miseria!”. E mise giù. Il prete disse: “Oggi la predica è questa” e proseguì con la messa.
Oh, l’ira di Dio! Si fa presto a dire che la vita è tutta qui, diamoci dentro come gli epicurei. “Ma Dio non vede, non se ne cura…” dice il salmo 94. Sono io piuttosto il sordo, il cieco, reso tale dagli idoli a cui sono affezionato. Come si può dire che Dio non c’è se c’è tanta ingiustizia e tanta follia di questi tempi? Perché l’ingiustizia stessa chiama la giustizia!
Amos afferma che l’empio non è chi non crede, non più di chi umilia il povero. Ma come? Il vangelo non dice che il ricco è stato disonesto, non ha falsificato le bilance, si è guadagnato la sua ricchezza… Non importa: la sua disonestà è misurata dal bisogno del povero che non ha sfamato. L’onestà e la giustizia non sono valori astratti ma si pesano in ragione della necessità altrui, così ragiona il Vangelo. Ma quanti casi invece di famiglie che ospitano il viandante e gli offrono il pranzo o da vestire!
Altro è quando il mondo inizia e finisce con me. “Ma io non l’ho visto!”. “Era alla tua porta, chiedeva le briciole dalla mensa”. “Chi, Lazzaro?”. “Lazzaro ha patito, ora non più. Tu invece te la sei goduta ed ora eccoti lì”. “Mandalo ad avvertire i miei fratelli”. Nella mente del ricco, Lazzaro è sempre un servo da ‘mandare’. “Hanno Mosè e i profeti”. “Non basta, ci vuole il caso inaudito di uno che torni dai morti”. “Se non credono, se non ascoltano Mosè e i profeti non crederebbero neanche ad uno che risorgesse dai morti”.
È Gesù, siamo noi. La fede nella risurrezione di Gesù è pari e corrispondente all’obbedienza alla Parola vecchia e nuova. Diceva fratel Carlo Carretto: “E’ difficile credere perché è difficile convertirsi!”. Ma per noi non è così. 
Paolo esorta Timoteo, il timorato di Dio, a conservare la sua bella professione di fede che apre alla manifestazione di Gesù, il solo in cui abita la vita per sempre. “Tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede”. Non sembri un accostamento eccessivo: anche il matrimonio è una bella professione di fede, perché è promessa di vita cristiana, cioè di vivere in quel rapporto i misteri di Cristo che dà la vita per… C’è poco da girarci attorno. Magari non ci si pensa bene, presi dall’entusiasmo, dalla scenografia dell’apparato, dal vestito, dai fiori, dal fotografo che immortala il sogno, ruba la scena al prete e lo fa arrabbiare, dalla musica che fa ta-ra-tatà… È meglio non sposarsi se non si sa o non si è sicuri. Non in chiesa.
Ma non è questo. L’amore non è lo spazio di un’emozione, seppur la contiene. L’amore è stare lì anche quando viene fuori che non si lava i piedi, non si fa il bidet, che non mi cerca mai, che la mattina al risveglio ci si trova accanto un mostriciattolo, che mi dà la colpa delle bollette alte (di questi tempi!), che per cucinare usa il binbi… Non siamo facilmente riducibili l’uno all’altro pur se chiamati a fare di due uno. Perciò primo dovere: curare la relazione. Antoine de Saint-Exupery scrive ne Il piccolo Principe: “Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
“Ti ordino di curare la tua relazione con il Signore, troppo grande è la posta in gioco”, dice all’incirca san Paolo. Sembra ma non è un paradosso: la fede è un’obbedienza. A chi? Alla parola data, alla persona che si ha accanto, al Padre di entrambi, alla misericordia, alla mitezza… “Ma Signore, stiamo male, non parliamo più, sono solo litigi, ‘non c’è più amore fra noi’…”. Tante volte ci è capitato. E di ritorno la sua Parola: “Chi mette davanti a me sua moglie, suo marito, suo figlio… non ha a che fare con me”. ”Ma che c’entra?”. E di nuovo: “Mi ami tu più di costoro?”. Qui crollano le obiezioni. “Conferma la tua bella professione di fede”. Occorre la confessione per rientrare in sé, ma è cosa rara. È più di moda lo psicologo che non arriva fin lì, non parla di umiltà, non chiede l’atto di dolore men che mai per chi ti ha offeso… “Per chi mi ha offeso?!”.
Tra due cognate sorsero dei dissapori, una si diceva offesa dall’altra per certe parole che avrebbe detto e che le erano state riferite da una lingua sibilante. Zizzania e puntiglio, due modi infelici di passare il tempo. Erano mogli di due fratelli. Al minore questa situazione pareva scandalosa. Allora si recò dalla cognata e le disse: “Non so chi o cosa, né voglio saperlo. So solo che questa situazione è indegna di noi. Ti chiedo perdono per mia moglie qualunque cosa abbia fatto o detto, ma sappi che è sua profonda convinzione di essere estranea a queste dicerie”.  Perché il male non è chi ha fatto cosa, il male è la discordia tra fratelli. Tornò l’amicizia.
Basta poco per capire che l’amore non è un sentimento sempre condiviso. Molto occorre per capire che è dare la vita. Tutto il resto del tempo serve a farne pratica.  E che la fede sia un’obbedienza lo dice il caso del centurione. “Sono un subordinato e ho dei soldati sotto di me ed essi mi obbediscono sulla parola”. Al confronto viene da pensare che una fede ‘così così’ abbia a che fare con un cuore frollato e una volontà sfibrata. “Basta una tua parola, Signore!”. A volte da genitori capita di essere in difficoltà coi figli che non ‘obbediscono’. Una strada è l’essere obbedienti. Il prete, sempre fra i piedi, si divertiva a ammodernare i comandamenti: per esempio, invece di ‘onora il padre e la madre’ diceva ‘onora il figlio e la figlia’ secondando il loro bisogno di crescere! Che simpatico.
Ai laici non è dato di essere più preteschi del prete (da tenere d’occhio i diaconi). Ma non si tratta di questo: anche per essi, di fronte alla sete inesausta di salvezza, risuona forte dentro la confessione disarmata di Pietro: ”Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,40).
Del resto Pietro era un laico.
 
Valerio Febei e Rita


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