fr. Massimo Rossi COMMENTO XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)


XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (02/10/2022)

Vangelo: Lc 17,5-10


“Il giusto vivrà per la sua fede.”: il profeta Abacuc ci rivela questa promessa di Dio; avere fede costituisce la conditio sine qua non per (continuare a) vivere.

La fede, dunque, non è un optional, non è un “di più”, ma è una parte costitutiva della persona umana. È talmente vero, che nel caso in cui la fede venga a mancare, questa mancanza si avverte, si avverte eccome!…un po’ come quando manca una mano, una gamba…

Ci sono situazioni-limite nelle quali la fede può realmente rappresentare l’unica risorsa rimasta a disposizione: non ci resta nient’altro… credere in Cristo, oppure soccombere alla disperazione.

Ma la fede non interviene solo nelle situazioni-limite, come la sofferenza del corpo, del cuore, dello spirito,… Se, come ho appena ricordato, la fede costituisce una componente fondamentale della nostra natura, la fede interviene quotidianamente, nella vita di ciascuno, come referente ordinario dell’operato individuale e collettivo, o, meglio, comunitario.

Allora capiamo meglio l’ultima affermazione del Vangelo, secondo la quale, quando avremo fatto tutto quello che ci è stato ordinato, non potremo che riconoscere di essere servi inutili, non nel senso che non serviamo a nulla, ma (nel senso) che non abbiamo fatto nulla di eccezionale, per cui valga la pena aspettarsi – e pretendere – alcuna riconoscenza, né dal prossimo, tantomeno da Dio.
Un bella botta al nostro orgoglio, non è vero?

Noi che gradiremmo essere riconosciuti in tutto ciò che facciamo di bene, si tratti di un gesto gentile nei confronti del prossimo, si tratti di una donazione per una giusta causa,…insomma, parliamo di carità vera, fatta col cuore, in nome di Cristo e della Chiesa; pur tuttavia, ci aspetteremmo che il mondo quantomeno se ne accorgesse, e ce ne rendesse il giusto merito… Invece il Vangelo di oggi ridimensiona assai le nostre aspettative e ci rivela che il bene che possiamo fare, non è qualcosa che va oltre l’orizzonte del necessario; per il solo fatto che possiamo farlo, dobbiamo farlo.

È la differenza che passa tra l’essere cristiani e il non esserlo. Intendo l’essere cristiani per scelta personale, non per discendenza, o per tradizione. Se, ripeto, scegliamo di diventare discepoli di Cristo – discepolo di Cristo è sinonimo di cristiano – allora, ciò che per gli altri è un’opzione straordinaria, qualcosa di più dei semplici doveri normali della propria condizione, per il cristiano diventa ordinario, organico ad un sistema di valori – quelli cristiani, appunto – in base ai quali il cristiano, semplicemente, vive, vive e basta…

Naturalmente il dovere si impone in proporzione alle proprie reali possibilità: è necessario ribadirlo, perché molti bravi cristiani si confessano di non fare abbastanza opere buone,… senonché basta un paio di domande (da parte del confessore) per apprendere che quelle persone non hanno la possibilità di fare di più e di meglio: limiti di età, limiti di salute, ristrettezze economiche, vincoli matrimoniali che riducono la libertà individuale di disporre delle proprie sostanze,…

In questi casi, sarebbe assurdo sentirsi in colpa per non poter fare tutto il bene che si desidererebbe.
Il Signore non pretende l’impossibile!

Il problema di coscienza sorge, o almeno dovrebbe – il condizionale è d’obbligo! – quando, per usare un’immagine di immediata comprensione, posizioniamo l’asticella ad una altezza inferiore a quella che saremmo in grado di saltare… Mi riferisco a coloro che potendo fare molto di più a favore del prossimo, hanno il proverbiale braccino corto…

È vero, siamo liberi di gestire la nostra ricchezza e le nostre energie.

Attenzione, però: anche la libertà, così come l’intelletto e la volontà – le tre facoltà superiori dell’uomo – deve essere moderata, cioè presieduta, guidata dalla fede, almeno per chi, come noi, si professa cristiano non soltanto a parole.

La fede è un modo di stare al mondo; dunque, anche l’idea della proprietà, la tendenza a distinguere ciò che è nostro, da ciò che non lo è, va intesa bene: “Tutto è vostro! – scrive san Paolo – ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.” (1Cor 3,22): ciò che è nostro, capacità, energie, beni materiali,… ci è stato affidato per edificare noi stessi, certo, ma anche il prossimo, il mondo intero. In una parola: siamo strumenti, nel senso più nobile del termine.

Certo conoscerete quella poesia che risale al XIV secolo: “Cristo non ha mani”.

Desidero concludere la mia riflessione sulle letture di oggi, leggendola:

“Cristo non ha mani,
ha soltanto le nostre mani,
per fare il suo lavoro oggi.

Cristo non ha piedi,
ha soltanto i nostri piedi,

per guidare gli uomini sui suoi sentieri.

Cristo non ha labbra,
ha soltanto le nostre labbra,

per raccontare di sé agli uomini di oggi.

Noi siamo l’unica Bibbia
che i popoli leggono ancora;

siamo l’unico messaggio di Dio scritto in opere e parole.”

Così sia!


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