Monastero Marango “L’impegno della fede nella storia”

XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (02/10/2022) Vangelo: Lc 17,5-10

Il profeta Abacuc vede lo scontro tra giganti delle due superpotenze orientali: l’impero di Assiria, che è in decadenza, e il nuovo impero, quello babilonese. In questa situazione tesa e preoccupante per le sorti del mondo (come oggi) il profeta osa interrogare Dio e presentare il grido dei popoli in balia: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché resti spettatore dell’oppresso?» Fede è tirar giù Dio delle nuvole della religione e impastarlo con il dramma umano, vittima del potere.
Allora Abacuc si dà una risposta introducendo una visione con il progetto che Dio sta attuando nella storia. «Soccombe chi non ha l’animo retto»: l’empio confida nel suo potere. Ma i poteri finiscono inevitabilmente con lo scontrarsi fra loro, proprio perché ciascuno cerca di affermare sempre più se stesso e quindi trova un limite nell’altro. Oggi, con la bomba atomica, il pericolo si fa tragico. Ma anche la gente comune, oggi, entra nella stessa logica: sostiene al potere chi promette un potere, cioè un vantaggio per certe categorie sociali rispetto ad altre. È il naufragio nell’inciviltà.
«Mentre il giusto vivrà per la sua fede»: perché confida nel potere di Dio, che non lascia trionfare i poteri mondani. Abacuc presenta il credente come colui che osa domandare conto a Dio del suo governo del mondo. Si pone il problema del male, ma sul piano delle nazioni. Credente è colui che ha fiducia che, per vie paradossali, il Dio onnipotente prepara la vittoria finale del diritto, di tutti i giusti che vivono per la loro fede, attendendo che Dio liberi veramente l’uomo liberando ogni uomo. Non può non andare contro corrente un cristiano che sia coerente con tutto questo: contro una politica che rende più ricchi i ricchi e più poveri i poveri, e che garantisce certe fasce della società a scapito di altre (le più povere e più escluse).
 
Molto opportunamente gli apostoli chiedono a Gesù di «accrescere la loro fede». Infatti Lui aveva appena affermato la necessità, per un vero credente, di perdonare il fratello, anche sette volte al giorno (cfr. Lc 17,3-4). La comunione fraterna – fondata sull’accoglienza cordiale e gratuita dell’altro – è possibile solo grazie alla fede, cioè al far regnare la signoria di Dio nei propri rapporti, che è una signoria tutta di amore, di perdono e di riconciliazione. Credere non è vedere il cielo, ma vivere relazioni umane di disponibilità e cura.
La risposta di Gesù ai discepoli è che la fede non sta nella logica capitalistica della quantità: «Se aveste fede quanto un granello di senape», dice Gesù. La fede è una relazione con Dio fatta di abbandono pieno e fiducioso, un abbandono umile e perseverante, allo stesso tempo dolce e robusto, cioè un atteggiamento di amore che sia il fondamento della fede. Quest’ultima – per essere così potente da sradicare gli alberi e farli piantare in mare (!) – deve essere così piccola, come solo l’amore porta a farsi piccoli per gli altri: spendendosi totalmente e gratuitamente per loro.
 
Tale natura piccola della fede viene ribadita da Gesù con il paragone del servo, al quale non si attribuiscono meriti e onori quando compie il proprio servizio per il suo padrone. C’è un errore nella traduzione, che rischia di sviare l’interpretazione: riguarda l’aggettivo che vuole spiegare l’essere del servo. È tradotto con «inutile», ma l’aggettivo «utile» preceduto dall’alfa privativo non va reso con «inutile», ma con «senza-utile». Del resto, Gesù parla di un servo che è stato «nel campo ad arare o a pascolare il gregge», che poi, al rientro, si è messo a servire il padrone alla tavola: non è stato «inutile»! L’onnipotenza del Signore non rende gli uomini degli inutili servi. Al contrario, abbiamo il compito, piccolo come il granello di senape e grande come il piantare alberi in mare, di cambiare il mondo, ciascuno, appunto, nel proprio piccolo.
La fede vera, quella che sa prendersi cura del fratello, riconciliandosi con lui senza misura, è la passione d’amore che fa fare tutto per l’altro, senza aspettarsi ricompense o vantaggi, come un «servo, senza utile». Alla fine della giornata e della vita, ci è chiesto se «abbiamo fatto quanto dovevamo fare»: se abbiamo accolto il fratello povero o colui che è emarginato, se abbiamo lavorato per una società più umana, se abbiamo cercato il bene di tutti e non di una sola parte. È un dovere talmente “nostro” che, quando lo facciamo, nessuno ci batte le mani: come non si ringrazia la luce perché illumina o l’acqua perché bagna, sta nel loro essere. Dà prospettiva e fiducia pensare ad un uomo fatto da Dio perché, con la grazia divina, renda questo mondo più umano, con il suo servizio, ad esercizio di una fede donata proprio perché ciascuno, in Gesù Cristo, metta il suo mattoncino ad edificare il Regno d’amore. Con la gratuità dei servi, per essere davvero liberi nell’amore.
 
Alberto Vianello
 
 
Capita spesso anche a noi di sentirci a corto di fede. Ci riesce più facile volgere la questione in un insieme di buoni propositi, in generica benevolenza, in un sistema di valori ‘cristiani’, ma è raro che reggano il confronto con la realtà.
Una visione cristiana è certo buona cosa, ma non è la fede di cui i discepoli sentono il bisogno. Ebbene?
A volte c’è in noi una resistenza che ci tiene ad un passo dalla ‘fede vera’. il processo formativo della coscienza in questi ultimi secoli si basa sul principio dell’autonomia critica. La rappresentazione della realtà fa capo al soggetto che in essa definisce e persegue i propri obiettivi, quindi le responsabilità e la libertà. La ragione è il mezzo principale di questa ricerca, senza contare il ruolo degli istinti che verrà indagato più avanti con la psicologia.
Nasce nella cultura europea l’uomo ‘libero’, autodiretto (non senza sacrifici umani). Quel che è vero, quel che è bene e rende felici passa per la coscienza soggettiva. Non è cosa scontata, non sempre non dovunque, lo sappiamo.
Si tratta di un processo storicamente dato: la conquista moderna dell’autocoscienza si è avvalsa di strumenti culturali nuovi, il razionalismo è il principale. Questo sembra ora fare difficoltà alla fede. In un voluminoso lavoro di Storia della Chiesa, due tomi, c’è un lungo capitolo che si intitola: I secoli nemici della fede, dall’illuminismo ad oggi. Ma sarà?
Ciò detto dell’autocoscienza moderna di cui siamo fatti, per cercare di risolvere le nostre resistenze va ricordato che l’uomo, in natura, è in cerca del proprio bene e crede a quel che vede o sente o legge (quando sa leggere), per esperienza. Ma è possibile credere se si è assolutamente e interiormente liberi. Può sembrare strano che i discepoli gli chiedano di accrescere la loro fede: gli stanno accanto! La richiesta avrebbe senso più per noi che veniamo secoli dopo. Ma se pensiamo che quello che gli stanno chiedendo in verità è di amare a quel modo e di servire il prossimo con quella umiltà ci siamo dentro tutti, loro e noi.
 
Per chiudere il discorso sulla moderna difficoltà a credere, il razionalismo che abbiamo usato per comprendere il mondo e il nostro ruolo in esso va dismesso quando si ‘ragiona’ del bene e della felicità personale, perché questo sapere viene dal desiderio e dall’esperienza. La libertà nel credere implica un’umiltà specifica per tacitare la pretesa intellettualistica che vorrebbe ridurre il credibile al razionalizzabile, tutta la realtà ai fenomeni con cui si presenta, ignorando l’essere. I cinque sensi non sono sufficienti, ce ne sono altri. “Una buca non può contenere il mare”, fece notare Sant’Agostino al bimbo che correva avanti e indietro col secchiello. “Come la tua mente non può contenere Dio”, gli rispose il bambino prima di scomparire.
Gesù non forza la coscienza. “Se vuoi”. “Vieni e vedrai”. Valore ripreso dalla morale cattolica, passando per san Tommaso. Non i sensi di colpa, non la ricerca di sicurezza, non il dovere, ma la libertà è necessaria per scegliere qual è la felicità, qual è il bene. E quale se non l’essere amato di un amore assolutamente libero, che non chiede niente in cambio, nemmeno di essere riconosciuto o apprezzato, nonché ricambiato?
Tu puoi andar per la tua strada senza saperne nulla, nell’indifferenza; ma se appena appena te ne accorgi e hai il coraggio di guardarlo in viso, basta poco: un granello di senape, ti innamori così tanto da riamarlo del suo stesso amore e sei uno con lui. Così dicono i mistici. Dante prova a dirlo in quel verso stupendo “Amor che a nullo amato amar perdona”. È un ‘peccato’, nel senso di perdita, se ci fermiamo prima, ma non una condanna. C’è stata una santa in Firenze a fine ‘500 che avendo conosciuto l’amore di Cristo, la si vedeva uscir di chiesa e urlare per la via: “L’amore non è amato, l’amore non è amato”. Di nome faceva Maria Maddalena, di cognome de’ Pazzi. Ci sta.
 
Valerio Febei e Rita

Fonte:https://www.monasteromarango.it/


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