Paolo De Martino “Lasciati amare”

Liturgia: Es 17, 8-13; Sal 120; 2Tm 3, 14-4, 2

Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme sta per finire. Gesù ha appena esortato i discepoli a fare attenzione ai segni che precederanno la sua venuta e a essere pronti ad accoglierlo. Com’è possibile essere sempre pronti? Con la preghiera insistente. Luca racconta questa parabola proprio per aiutare i suoi lettori a perseverare nel momento della difficoltà e a chiedere con insistenza al Signore che faccia loro giustizia.

Per comprendere le parabole, dobbiamo superare la lettura immediata perché hanno lo scopo di trasmettere un insegnamento, non descrivere una situazione. Perché Gesù parlava in Parabole? E’ proprio lui a dirlo: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano» (Lc 8, 10). Strano vero? Solo ai suoi non parlava in parabole, perché occorre essere “dei suoi” per comprenderle. Solo se entriamo nella logica dell’amore, nella logica del Regno possiamo comprenderle. Occorre entrare in un rapporto di amicizia con Lui per comprendere il vangelo.
Contesto

Quando Luca scrive, i cristiani sono perseguitati e tutto sembra lottare contro di loro. Il Signore sembra averli abbandonati. La comunità di Luca fatica a credere che Dio sia il difensore degli oppressi. L’ingiustizia continua a regnare e nonostante le preghiere nulla sembra cambiare. Luca li conforta dicendogli: “State tranquilli. Se perfino un giudice, malvagio, ascolta una donna, anche solo per togliersela dai piedi, come potete pensare che Dio non ascolti il vostro dolore? Piuttosto pregate e preoccupatevi di mantenere salda la vostra fede”.

A tutti sarà capitato di pregare e avere la sensazione che le cose non cambino. Novene e tridui sembrano scorrere inutilmente. Per questo serve insistere: per noi, non per Dio. Dio non scappa dalle sue responsabilità, a noi è solo chiesta la preghiera, Dio interviene, ma quasi mai come vorremmo. «Dio esaudisce sempre: non le nostre richieste, le sue promesse» (D. Bonhoeffer).
Desiderio

Uno dei cardini della preghiera è questo: lasciarsi amare da Lui. Quando la preghiera è arida e cerchiamo di riempirla con le parole, lo Spirito ci ricorda di lasciarci amare, nel silenzio. Dio conosce il nostro cuore, inutile riempire la nostra bocca di parole: lasciamo che il cuore si riempia dal Suo amore.

Il desiderio è già preghiera, il desiderio di pregare ci avvicina già a Dio. Nel linguaggio corrente la preghiera sovente è sinonimo di “domanda” e, in effetti, gran parte è dedicata a chiedere. In fondo trascorriamo molto tempo cercando di convincere Dio a esaudirci come se Lui non sapesse ciò di cui abbiamo bisogno. Il vangelo è la bella notizia che possiamo avere un colloquio intimo con Dio e che questo può riempire il nostro cuore.

La preghiera serve a te amico lettore, non a Dio. Non preghi per ricevere ma per essere trasformato. Il problema non è cercare “momenti di preghiera” che probabilmente non arriveranno mai, ma fare della vita una preghiera, fare del lavoro, dello studio una preghiera. La preghiera, come l’amore, non sopporta il calcolo delle volte. L’obiettivo della preghiera non è ottenere qualcosa ma è la preghiera stessa.
Fede

Questa è l’unica parabola, che termina con una domanda. In mezzo alle mille domande che rivolgiamo a Lui, una la rivolge a noi: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Letteralmente non c’è: «quando verrà» ma «venendo ancora», perché questa domanda riguarda l’oggi non solo la venuta finale. Interessante: non ci chiede se troverà l’amore, la religione, la Chiesa, le parrocchie ma la fede. Non chiede se la gente andrà ancora a messa ma la fede. Le parrocchie, gli oratori, le strutture sono solo strumenti (non necessari) per coltivare la fede. In Giappone, per più di due secoli e mezzo, non ci sono stati preti, nessuna chiesa eppure i “cristiani nascosti” tramandarono la fede grazie al rosario e alla preghiera costante che accompagnava la loro vita. Quando nell’ottocento il Giappone riaprì i suoi porti ai missionari francesi, si racconta che furono quasi dieci mila i “cristiani nascosti” che per celebrare il venerdì santo si presentarono ai padri delle Missioni Estere di Parigi arrivati a Nagasaki, increduli di fronte ai loro occhi.

Per Gesù la fede è il primo mezzo di salvezza. Quante volte dirà: «La tua fede ti ha salvato». Amico lettore, quando il Figlio dell’uomo tornerà quale fede troverà?
Oggi

Lo sguardo del Figlio dell’uomo, quando tornerà sulla terra, non sarà come il nostro (per fortuna!) altrimenti saremmo spacciati. Siamo circondati dai segni del Suo amore: scoverà la fede di chi per trent’anni ha vegliato e curato il marito invalido senza mai lamentarsi, rintraccerà l’amore di chi ha accudito una figlia disabile continuando a sorridere. Troverà chi non si accontenta di essere solo un cristiano della domenica, scoverà chi trova nella preghiera la forza di portare pesi inimmaginabili e non si lamenta, perché pensa a chi sta peggio di lui, troverà la fedeltà di chi ha preso sul serio il suo “eccomi” nel giorno della consacrazione, troverà chi è rimasto fedele al suo matrimonio nonostante un tradimento subito. Troverà questi e mille altri volti che ci circondano. Amico lettore, e se tornasse ora il Figlio dell’uomo, come ti troverebbe? Che cosa vedrebbe nei tuoi occhi, quali parole ascolterebbe dalle tue labbra?
Preghiera

Una preghiera della mia giovinezza, illumina il senso del dialogo con Dio: “Tante volte ti ho chiesto, Signore: Perché non fai niente per quelli che muoiono di fame? Perché non fai niente per quelli che sono malati? Perché non fai niente per quelli che non conoscono l’amore? Perché non fai niente per quelli che subiscono ingiustizie? Perché non fai niente per quelli Che sono vittime della guerra? Perché non fai niente per quelli che non ti conoscono? Io non capivo, Signore. Allora Tu mi hai risposto: Io ho fatto tanto; io ho fatto tutto quello che potevo fare: Io ho fatto te! Ora capisco Signore. Io posso sfamare chi ha fame. Io posso visitare i malati. Io posso amare chi non è amato. Io posso combattere le ingiustizie. Io posso creare la pace. Io posso far conoscere Te. Ora ti ascolto Signore. Ogni volta che incontro il dolore Tu mi chiedi: Perché non fai niente? Aiutami Signore, a essere le Tue mani”.

«La preghiera è il respiro della fede» ha detto Papa Francesco: pregare è una necessità, perché se smetto di respirare, smetto di vivere. Sia questo il nostro programma orante: fermiamoci e lasciamoci amare nella preghiera.

La bella notizia di questo brano? Pregare non è altro che aprire la porta e lasciar entrare Dio.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


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