Don Paolo Zamengo”Sono tanti i segni di morte”

XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (06/11/2022)

Vangelo: Lc 20,27-38

Ci sono tanti segni di morte nel nostro tempo: i più
diversi e contraddittori, come la violenza, la fame, la
guerra, la disumanità diffusa, e il venir meno della
voglia di vivere, il lasciarsi andare, il disprezzo e
l’eliminazione delle persone e il suicidio.
La nostra società rivela il suo volto necrofilo, incapace
di esercitare l’arte di amare, cioè di creare e di

diffondere segni di vita, di condivisione, di solidarietà, di speranza e di risurrezione.
Ai sadducei Gesù contrappone l’immagine del «Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe […]
Dio dei vivi e non Dio dei morti» . E questa parola vale solo per «l’aldilà», per una vita oltre la
morte, o vale anche per «l’aldiquà», in cui pure vanno creati e cercati segni di risurrezione,
anticipatori nella storia della beatitudine eterna di un’unica vita vissuta tra tempo ed eternità?
La domanda non è da poco, perché rivela il valore della fede cristiana nella risurrezione. Se siamo
in questo mondo solo per aspettare l’aldilà come alternativo alla «valle di lacrime», la fede diventa
davvero solo strumento di rassegnazione, di giustificazione passiva di ogni violenza e di ogni
disumanità. Ma se la risurrezione comincia già ora, dentro la storia concreta degli uomini, allora il
vangelo non serve per giustificare segni di morte di qualsiasi tipo.
Noi dobbiamo salvaguardare il cristianesimo come fede e non dimenticare che l’unico messaggio
vero, profondo che noi possiamo dare alla società come cristiani è che la morte non è l’ultima
parola e che c’è la risurrezione. Tutto il resto gli uomini sanno darselo da soli più o meno bene;
possiamo magari collaborare a fare dei tragitti comuni, ma se c’è una cosa, l’unica che è solo
nostra, è questa speranza che la morte non è l’ultima parola.
E siccome ogni uomo ha dentro di sé il senso dell’eternità, anche se non conosce pienamente
l’opera di Dio, a noi spetta solo questo compito: dire la speranza che è in noi, che la morte non è la
fine; e dire questo significa che chi vince la morte è l’amore, nient’altro.
Questo spetta a noi, il resto stiamo attenti perché sempre si tenterà di giustificare l’uso della
religione, fino all’Islam, alla guerra santa in nome di Allah, fino alla Russia, fino all’Afghanistan,
fino all’Iran…. da una parte e dall’altra del mondo…
Solo ciò che noi abbiamo creato e abbiamo creato come bellezza e come amore non andrà
perduto e continuerà. Quando si parla di risurrezione della carne non è solo che risorgeremo noi
coi nostri corpi, ma tutto quello che abbiamo vissuto e che fa parte della biografia dell’uomo, tutto
risorgerà. Tutti i nostri amori risorgeranno con noi, tutti i nostri amori sbagliati risorgeranno
purificati e trasfigurati dal Dio con noi.
Di tutto ciò per cui io ho vissuto nulla andrà nel nulla. Se andasse perso non mi interessa il mondo
futuro, perché la mia vita non è l’anticamera del regno, ma è il luogo in cui Dio mi ha chiamato a
vivere perché io porti il mio contributo con ciò che ho vissuto di bello, di buono e di amore.


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