Massimo Cautero Commento XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

XXXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)  (06/11/2022)

Vangelo: Lc 20,27-38

Nella Gerusalemme di Gesù convivevano realtà molto diverse fra di loro. Qualcuna la conosciamo bene perché nominate spesso nei Vangeli: Farisei, Dottori della Legge, Scriba, Zeloti, sacerdoti e poi Sadducei, al tempo di Gesù la classe sacerdotale più potente e quindi più influente.

I Sadducei erano praticamente i gestori della complicata “macchina del sacro” che era il Tempio di Gerusalemme, il luogo di riferimento per eccellenza della fede ebraica e quindi anche della politica da tenere verso gli occupanti romani ed il re fantoccio, Erode Antipa. Vi erano obblighi precisi verso il Tempio, alcuni li conosciamo dal Vangelo stesso: i sacrifici, la preghiera, l’obolo ed i pellegrinaggi annuali da ogni parte di Israele. Ancora oggi, e si può anche affermare da sempre, anche dopo le distruzioni del Tempio e di Gerusalemme del 70 d.c. e 135 d.c., il Tempio o quello che ne rimane (il Kotel, il muro occidentale, quello che chiamiamo “del pianto”) sono il riferimento della fede ebraica e della preghiera per definizione. Sottolineando poi che anche per noi cristiani che andiamo a Gerusalemme, il pellegrinaggio per eccellenza, visitare i luoghi santi ed arrivare al Sepolcro vuoto è certo il culmine del cammino di fede, ma anche noi non possiamo fare a meno di visitare e soffermarci a pregare di fronte al Kotel, quello che rimane del Tempio, affidando ad una fessura di quel muro le nostre suppliche a Dio.

Quello che potrebbe sembrarci strano oggi è che quel luogo così importante per il rapporto con Dio, al tempo di gesù, era diventato appunto una enorme “macchina” per controllare il popolo, acquisire potere e produrre immense ricchezze. L’archeologia ci racconta una Gerusalemme organizzata tutta in funzione di questa macchina che era il tempio. Conosciamo usanze e tradizioni di una Gerusalemme eccezionalmente vitale solo grazie a questa “macchina” , le cui chiavi erano proprio in mano ai Sadducei.

I Sadducei, classe nobile ed inarrivabile, garantiva la sua esistenza grazie ai rapporti esclusivi all’interno delle proprie famiglie. Non si poteva diventare un sadduceo se non appartenevi familiarmente a quella “casta”. Questo “circolo chiuso” – o come diremmo oggi “gota”- aveva anche sviluppato una teologia tutta particolare: aveva rinunciato alla tradizione orale e diceva di fare riferimento solo alle leggi scritte e ai libri sacri, anche se è evidente che se la erano cantata e suonata da soli; negavano che Dio si coinvolgesse nella vita di tutti i giorni (autosufficienza comprovata); negavano qualsiasi forma di esistenza dopo la morte e quindi ogni premio o dannazione poiché l’anima moriva col corpo; negavano l’esistenza spirituale come gli angeli ed i demoni e quindi negavano, di conseguenza, ogni fede nella resurrezione dei corpi.

Non c’era modo di confutare i Sadducei, anche perché si erano creati il loro sistema di domande e risposte, tipo la domanda che pongono a Gesù nel Vangelo di oggi, poste lì solo a dimostrare che le loro tesi erano giuste, tesi che però, lo sappiamo, partivano da dei presupposti sbagliati e, diciamolo, anche dalla mala fede. Non conveniva mettere in dubbio il sistema che si erano creati -e Gesù con il suo annuncio di salvezza e vita eterna nella resurrezione, del banchetto nei cieli, minava profondamente il loro sistema- e chi lo metteva in dubbio diventava una minaccia alla loro “sopravvivenza”, proprio per questo sono loro i più accaniti nemici di Gesù, quelli che imbandiscono le trappole contro di Lui, quelli che organizzano il suo processo al Sinedrio e obbligano il Governatore Pilato a metterlo in croce.

È ovvio allora che i Sadducei non avevano bisogno di una vita spirituale se potevano avere tutto il potere e guadagno già in questa vita. Cosa poteva interessare loro un sistema dove l’amore di Dio poteva darti di nuovo vita dopo la morte, considerando che la vita che avevano era già il massimo delle vite desiderabili (materialmente parlando). Come poteva un uomo essere uguale ad un altro uomo col pericolo poi di dover condividere quello che hai con lui? Dio era per loro solo uno che li aveva scelti e benedetti nei fatti, come dimostrava il loro potere e nella ricchezza, la prova appunto che Dio era con loro. Non c’era più bisogno di credere nell’anima, nella vita spirituale e specialmente nella resurrezione. Capiamo come i loro sforzi dovevano solo essere assolutamente tutti indirizzati a mantenere quello che avevano, in potere e in ricchezza. Come possiamo capire che conservare nella schiavitù del tempio il popolo era necessario per alimentare il sistema “tempio”, affinché il loro potere e la loro ricchezza non venissero mai a mancare.

Sembra quasi di descrivere tante storture e meccanismi di potere odierni, anche religiosi! Ed anche oggi possiamo porre la stessa domanda ai Sadducei del nostro tempo: credete a Dio o a Mammona? Cosa siete disposti a fare per Dio o cosa siete disposti a fare per mammona?

La vera discriminante che ci dice ancora oggi da che parte stiamo, almeno per noi battezzati, per noi cristiani, è proprio quella fede nella Resurrezione per cui il nostro Signore Gesù Cristo ci ha “lasciato le penne”, offerto sull’altare della politica “conveniente” e connivente col male, proprio da quei Sadducei che erano diventati talmente poveri uomini da avere solo i soldi ed il potere come consolazione, e per questi aver rinunciato ad ogni vita spirituale, ad ogni speranza nella vita eterna.

Il tranello argomentativo in cui i Sadducei tentanto di infilare Gesù (…di chi sarà moglie alla resurrezione?) parte da una evidente visione della vita appiattita sul materialismo, senza alcuna speranza di una vita “altra”. Certo che può essere un problema grosso se la vita alla resurrezione, la vita eterna, fosse la copia esatta di questo pellegrinaggio terreno, e Gesù a riguardo è chiaro: non sarà la copia di questa vita, sarà una vita piena, dove “vita” è la parola d’ordine a cui si deve sottomettere ogni altra cosa, specialmente quelle che sono le esigenze e le vicende di questa vita che deve ancora fare il passaggio alla resurrezione. Il nostro Dio si mostra come “Il Vivente” per eccellenza, datore di vita, vita in abbondanza fino alla vita eterna, vincitore sulla morte proprio perché capace di dare sempre nuova vita. Per quanto vogliamo ignorare questo fatto non possiamo cancellarlo o distruggerlo. Le Sacre Scritture, con tutti i loro linguaggi e possibili contraddizioni non sono altro che un continuo crescendo verso la pienezza della rivelazione di Dio in Cristo, proprio attraverso la vita per la Resurrezione. La vera rivoluzione per l’uguaglianza umana, per noi cristiani, passa da questa strada, mai da altre.

Totò indicava la morte come “livella” sociale, ed in un certo senso è vero, ma alla morte manca quello che rende gli uomini motivati al bene e alla giustizia già da questa vita: la resurrezione. Tutti ci vedremo lì, dobbiamo solo prepararci poi a scegliere come alla resurrezione vogliamo vivere, se come fratelli nella pace e nella luce del Dio della vita o … non so, fate voi!

Una volta una persona, un fervente cristiano, mi disse con tono provocatorio: mi devi spiegare perché parli sempre della resurrezione? Dopo essere stato tentato ad intavolare con lui un discorso teologico, pensando proprio a quei sadducei che volevano incastrare Gesù, decisi invece di rispondergli: sai che oggi mi hai fatto uno dei complimenti più belli che un sacerdote può ricevere!

Fonte:https://www.omelie.org/

https://www.omelie.org/


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