Quintino Venneri Commento II Domenica di Avvento (Anno A)

II Domenica di Avvento (Anno A)  (04/12/2022)

Vangelo: Mt 3,1-12

Improvvisamente, irrompe sulla scena della storia Giovanni, il Battista, il figlio di Elisabetta.

Prima di lui, Matteo stava raccontando di altro: di fatti e di avvenimenti lontani nel tempo (cfr. Mt 1-2).

Senza introduzione, il figlio di una promessa, appare sulle strade polverose e periferiche della Giudea.

Inutile investigare a quale periodo corrispondano quei giorni (Mt 3,1): sono il tempo di Dio, il tempo essenziale, quello importante, decisivo, quello che ti mette con le spalle al muro e ti chiede di prendere una decisione, di lasciare, su quelle stesse strade polverose, il pesante vestito intessuto di immobilismo, di sonnolenza e di inerzia che fa arrancare il nostro respiro.

Sono, dunque, i giorni del compimento come e perché lo stesso Giovanni è stato uomo del compimento, secondo lo sguardo di Matteo che intuisce nella vita del Battista la realizzazione della profezia di Isaia (Mt,3,3a): Egli è colui che fu detto per mezzo del profeta (traduzione letterale).

Un’attesa lunga secoli viene compiuta, realizzata e colmata dalla sua irruzione che ha, paradossalmente, la forma di qualcosa di inatteso. È la logica dell’eccedenza di Dio, della sua opera sconvolgente e capovolgente, che dà forma alle nostre attese trasfigurandole, destrutturandole, delocalizzandole.

Giovanni raccoglie l’eco delle speranze di un popolo cominciando qualcosa di nuovo, posizionandosi dove nessuno mai pensava di poter incontrare Dio. Giovanni è il profeta degli inizi, dei cominciamenti, delle soglie. In lui, l’attesa di Israele si concentra ed esplode in scelte coraggiose, impastate di coraggio che è la capacità di spingere fino in fondo il proprio cuore per osare un passo fino a quel momento mai immaginato. Il coraggio di chi intravede un orizzonte e si incammina verso un luogo, incerto ma non meno reale.

E Giovanni lo compie questo passo; l’aveva forse intuito, frequentando da ragazzo i grandi spazi del Tempio di Gerusalemme, tra il canto dei salmi e i profumi degli incensi innalzati dal padre Zaccaria che, del tempio, era conoscitore solerte ed assiduo frequentatore.

Giovanni fa una cosa diversa. Lascia il tempio: canti ed incensi gli saranno sembrati troppo addomesticanti quel Dio dei padri che, secoli prima, si era rivelato nella forza di un fuoco che ardeva ma non consumava (cfr. Es. 3)

Sceglie il deserto. Sceglie la marginalità, la precarietà, la povertà, l’essenzialità di cui si veste e si ciba (Mt 3,4).

Giovanni è nel deserto. Ma il deserto è dentro Giovanni.

Ed è ambiguo, come ambigua è ogni solitudine: c’è un deserto che ci distacca dai condizionamenti, che scegliamo, cerchiamo e desideriamo per comprendere meglio il flusso di vita che scorre nei nostri giorni. Ci serve, questo deserto, per vedere meglio. Ci serve per vivere.

E c’è un deserto che fa paura. Quello arido, senza punti di riferimento. È il deserto delle distese di sabbia, delle escursioni termiche, della monotonia. È il deserto che inganna e da morte. Ambiguo o no, solo il deserto ci fa ascoltare e ci rende cercatori di senso. Perché, se la vita non ha un senso così lampante è perché compete a ciascuno di noi dare senso alla propria vita. Ed è cercando un senso alla mia vita, non senza fatica, senza automatismi, senza facilonerie, che preparo la via del Signore. Che imparo a desiderare. Che costruisco la mia identità. Che cammino nell’Avvento.

Ma il coraggio degli inizi non basta.

Il coraggio dà avvio a qualcosa ma non è sufficiente.

C’è il coraggio dell’aurora. E c’è anche il coraggio della ferialità. Quando le luci si spengono, le motivazioni inaridiscono, il cuore boccheggia, allora nasce il coraggio della perseveranza, di una santa ostinazione. Ci serve il coraggio dell’ordinarietà!

Sta lì, il Battezzatore, nei pressi del fiume Giordano (Mt 3,5), lontano da quella Gerusalemme paterna che, da tempo, aveva smarrito il fiuto di riconoscere, sotto la complessa coltre del quotidiano, il passo felpato del Dio di ogni promessa.

Sta lì Giovanni: è l’uomo dalle parole forti (Mt 3,7), impregnato di Parola e di parole vigorose. Non è l’uomo dall’acqua risanante come nel vangelo di Marco. Per Matteo è un predicatore più che un battezzatore.

Quando fai del deserto il tuo modo di vivere, e dai ai tuoi giorni la forma della povertà, anche la tua parola cambia. Le tue diventano parole ricondotte all’essenziale, senza sofismi, senza doppiezze, ruvide, forse aspre, ma vere, forti, coraggiose. Capaci di andare contro i potenti, contro chi, della parola, ne fa invece un uso distorto, violento, autoritario, manipolativo, banale, che non dice niente o dice ovvietà. Il deserto rende le tue parole libere e liberanti.

L’austerità del deserto è il grembo dove nasce la forza delle parole di Giovanni. Ai tanti che accorrevano per ascoltarlo e farsi battezzare, viene rinfacciato un opportunismo finto, di plastica, dove al tintinnare dell’acqua che scorreva non faceva seguito un cambio autentico della vita. Non gioca di sponda il Battista: plasmato dalla rudezza del deserto, non asseconda chi scambia la fede per uno spiritualismo consolatorio, per una ingannevole sicurezza, costruita solo per una appartenenza religiosa o familiare ma che poi anestetizza l’esigenza di cambiamento radicale del cuore. Il vigore della parola del Battista ci restituisce la domanda sulla responsabilità della nostra sequela e del nostro discepolato, e chiede ai suoi interlocutori di prendere posizione, di prendersi la responsabilità di una adesione e di una risposta personali, che non siano ritenute già date solo in forza di consuetudini o tradizioni. (Mt 3,9)

Giovanni è un vero educatore – andrebbe dichiarato custode dei formatori – perché sferza le persone a fare i conti con sé stesse, a mettersi davanti alla propria coscienza e a fuggire la sottile ma pervasiva tentazione dell’autogiustificazione e dell’autoassoluzione. Solo così si prepara la via del Signore (Mt 3,3b): quando la parola forte di un profeta ci aiuta a stare sulla scena del mondo con la nostra individualità e non con comodi ripieghi; quando ci rende attori, protagonisti, ci restituisce alla vita e non alla parvenza di essa. Questo impedisce al cristianesimo di rimanere una consuetudine, un rito religioso, un fatto sociale, acquisito per convenzione, un anestetico delle coscienze più che una rivoluzione d’amore (cfr. Benedetto XVI, Angelus del 18 febbraio 2007).

La parola di Giovanni scuote le fondamenta, avvia processi di crisi, chiede di fare verità, portando in superficie ciò che volentieri terremmo nascosto. Ci chiede di uscire dall’illusione della menzogna, delle autogiustificazioni, delle comodità dentro le quali ci siamo accasati.

Ecco ciò a cui possiamo dar inizio anche noi: leggere in verità la nostra vita, la nostra coscienza, la nostra fede e compiere quelle scelte che hanno il gusto del deserto, della povertà, dell’essenzialità e della precarietà. Lì solo incontreremo il già-Veniente.

Fonte:https://www.omelie.org/