Don Paolo Scquizzato OMELIA III domenica di Avvento. Anno A

III Domenica di Avvento (Anno A) – Gaudete (11/12/2022)

Vangelo: Mt 11,2-11

Giovanni il Battista sperava che l’Ira di Dio da lui creduta imminente si dovesse incarnare nell’uomo Gesù di Nazareth. Finalmente avrebbe messo le cose a posto, fatto un po’ di pulizia. È incredibile come da sempre, nei momenti di maggior crisi, s’invochi la figura dell’uomo (o della donna) forte. Sia esso un messia o un politico.
Giovanni ci credeva sul serio: «La scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Colui che viene dopo di me è più potente di me… Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile».
Ma Gesù pare non incarnare l’auspicata ira di Dio invocata da Giovanni per questo gli manda a dire: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».
Gesù non risponde direttamente. Se una divinità dovrà manifestarsi, questa non lo farà tanto in un individuo quanto in un’azione: «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (v. 5s.).
Quando la vita potrà emergere, fiorire, quando la dignità delle persone verrà affermata, e la creazione intera conoscerà la possibilità di giungere al compimento, allora sarà segno che il divino si sta rivelando.
Dio altro non è che vita emergente.
Per cui Gesù di Nazareth non è tanto un Dio che si fa carne, ma un uomo che incarna ciò che è la divinità: vita portata avanti, respiro, fecondità, evoluzione, umanità in pienezza. Ora noi sappiamo che tutto ciò è la nostra medesima vocazione. Il Natale è per noi la memoria che possiamo vivere ‘da dio’, nella misura in cui dilatiamo, espandiamo la vita, nostra e quella altrui.
Penso che dovremmo imparare a non attenderci vita dall’alto, ma scoprire che possiamo partorirla. E se di ‘grazia’ vogliamo parlare è quella della responsabilità. La grazia, potremmo definirla ‘non tanto un fiore da cogliere, piuttosto un pane da impastare’ (Teresa Forcades).
Dio è pane da impastare, carne da incarnare, amore da donare, vita da elargire.
Il Natale lo celebreremo non accogliendo un bambino donatoci dall’alto, ma incarnando il bene divenendo più umani.

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