Mons Angelo Sceppacerca “Natale del Signore”

Liturgia: Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1, 1-6; Gv 1, 1-18 (Messa del giorno)

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Notte senza tenebra quella di Natale. Notte di cambiamento; dal buio alla luce, dalla tristezza alla gioia, dalla schiavitù alla libertà; a cominciare dai pastori: la gloria del Signore li avvolse di luce. La causa è nella nascita di un bambino e Luca ci fa comprendere che nella debolezza di questo neonato si trova il dono della salvezza di Dio per tutti gli uomini. In Gesù Dio offre a tutti, senza alcuna distinzione, la sua «grazia», altro nome di un amore che non è solo promesso per l’aldilà, ma per tutto il presente della vita terrena. Dio arriva ma continua a premerci dentro l’attesa di una beatitudine finale che attira a sé tutta la storia, singola e collettiva. E’ un Dio amico quello che si fa bambino, e credibile è il suo amore “natalizi”, tutto da contemplare nella tenerezza di un cuore pronto a dialogare a tu per tu.

A Natale sono previste tre Messe; quella della notte, dell’aurora e del giorno. Dalla notte al giorno, dalla ricerca alla gioia dell’incontro, fino allo splendore dell’annuncio. Nella notte e all’aurora il Vangelo è di Luca. Dopo la storia di singoli (Zaccaria, Elisabetta, Maria), ora quella di tutti i popoli che devono registrarsi nel luogo della propria origine. Maria e Giuseppe partecipano a questa convocazione, inconsapevoli che la loro storia è unica perché riguarda la nascita del Figlio di Dio. Nel grembo di Maria, Gesù compie il viaggio che lo porterà alla Pasqua per la salvezza del mondo: da Nazaret a Betlemme. Viene registrato insieme agli altri, ma è il Primogenito della nuova creazione e dei risorti dai morti.

Dopo le parole dell’angelo i pastori decidono di andare a vedere, non per ubbidire, ma per desiderio. La gloria cantata dagli angeli diventa lode sulla bocca degli uomini. Cielo e terra s’incontrano nella scena di vita di una famiglia ebrea, povera come quei visitatori, come la mangiatoia che fa da culla a un neonato che è il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo, l’atteso dalle genti.

Nei pastori è abbozzato il cammino di ogni credente: dopo aver udito, andarono, videro e riferirono. Dalla loro testimonianza, nasce lo stupore di quelli che udirono. I pastori, quindi, tornarono alle loro occupazioni glorificando e lodando Dio. Dopo l’udire c’è l’andare, il vedere e il lodare. Questa è la forza missionaria della Chiesa. Dio dà dei segni della sua presenza in mezzo al popolo. Gesù è il segno per eccellenza, ma lo diviene solo per chi ha fede. È come per le parabole: comprende chi crede. Guardando Maria i pastori imparano a mettersi davanti al mistero: anche loro, come Maria, dopo l’annuncio dell’angelo cantano il “Magnificat”.

Alla messa del giorno il Vangelo è il Prologo di Giovanni, un inno che contiene il seme di tutto lo sviluppo: Gesù inviato del Padre, sorgente di vita, luce del mondo, pieno di grazia e di verità, Unigenito nel quale si rivela la gloria del Padre. Gesù è la Sapienza di Dio, la sua Parola ultima che ha creato il mondo e che lo divide in tenebre e luce (dove c’è lui). Alla fine la luce avrà la meglio, ma prima conoscerà il rifiuto e la chiusura, perché noi preferiamo l’oscurità. La luce non s’impone.

“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. È il culmine del prologo; parole che oggi ascolteremo in ginocchio, stupiti di fronte a Dio che per amore si spoglia della sua gloria e prende la nostra carne, diviene uno di noi. Il momento più alto della gloria tonerà sulla croce del Figlio. In quella, il Padre dirà tutto, di sé e di noi.

Dinanzi alla capanna.

Nonostante tutto, anche quest’anno torna Natale. Nonostante tutto il peccato addosso e dentro e attorno. Nonostante le distrazioni, i nastri e le luci. Nonostante il rifiuto e il non farci trovare. Abbiamo corso un anno intero. Dovremmo ricordarne i giorni. E le notti. Dovremmo ricordare le ore e i minuti. I volti, soprattutto. Per sentirci smarriti e correre di nuovo lì davanti, alla capanna. Dinanzi a quei volti di donna, di uomo, di bambino. Dinanzi a Maria, Giuseppe, Gesù. E prendere posto. Come i personaggi e le storie che ruotano attorno. Tra luci e ombre, violenze e speranze. Noi dobbiamo prendere posto. Non si merita spazio tra i volti di speranza. Ma lo vorrei. Almeno per questo desiderio, forse, posso starci anch’io in questo presepe. Dove ci sono anche un asino e un bue; così dice la tradizione. A far caldo col loro alito perché il seme, divenuto maturo, porti pane a tutti.

Mons Angelo Sceppacerca25 dicembre 2022