fra Damiano Angelucci”Nulla sarà mai perduto”

Natale del Signore – Messa della Notte (25/12/2022) Vangelo: Lc 2,1-14 

Commento

Il Signore, tramite il profeta Isaia, afferma che: “… i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie […] Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. (Is 55,8-9).
Eppure, c’è una notte della storia del mondo in cui le vie di Dio e le vie dell’uomo si toccano per non separarsi mai più. Sicuramente i modi di agire e di amare di Dio rimangono a distanze siderali da quelli dell’uomo, ma in quella notte di Betlemme, ma dovremmo meglio dire, fin dal momento dell’annunciazione a Maria, pur non essendo Dio, l’uomo può accedere ai sentimenti e ai pensieri di Dio e nulla per lui sarà mai più definitivamente perduto.
Papa Francesco nella lettera di indizione dell’anno dedicato a San Giuseppe (Patris corde, 2) dice che “La storia della salvezza si compie «nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18) attraverso le nostre debolezze. Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza”.
Sbaglieremmo se pensassimo di essere ammessi alla grotta di Betlemme in virtù della nostra osservanza dei comandamenti, o in virtù della nostra vita ordinata. I pastori di Betlemme, nella loro umiltà e impurità rituale secondo le leggi ebraiche, stanno ad indicarci che il Signore è venuto per tutti, e che ha una via di bene anche, e soprattutto, per chi è tentato di pensare che “Ormai…la vita è andata in un certo modo e c’è ben poco da fare”. Se è vero che le conseguenze di certi sbagli hanno coda lunga, è anche vero che l’amore di Cristo potrà rinnovare anche i tempi e i luoghi più difficili della nostra esistenza. E ancora il santo padre aggiunge:
[…] Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità”. (Patris corde, 2).

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