Domenica 26 Aprile (DOMENICA – Bianco)
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10
di Figlie della Chiesa🏠home
Il Vangelo della IV domenica di Pasqua, tratto dall’evangelista Giovanni, ci presenta il brano del «buon pastore» e ci offre spunti profondi che vanno ben oltre un’immagine bucolica, concentrandosi sulla figura di Gesù che si presenta oltre che Pastore tenero e attento al suo gregge, anche come l’unica Porta del recinto in cui custodisce le sue pecore.
La pericope rappresenta uno dei momenti culmine dell’auto-rivelazione di Gesù; la sua collocazione subito dopo il racconto della guarigione del cieco nato (cap. 9) si aggancia cronologicamente al discorso che costituisce un confronto diretto con i farisei, definiti “guide cieche” e “ladri”; essi che nella loro malafede giungono a espellere l’uomo guarito dalla comunità.
E i capi giudei sono qui identificati con i mercenari, cioè persone che lavorano solo per il salario, senza amore e autentica cura per il gregge. Infatti, quando arriva il “lupo” (che rappresenta il pericolo, la persecuzione), essi si affrettano a trovare la via per fuggire, abbandonando le pecore alla dispersione, senza neppur tentare una difesa.
Gesù invece si prende cura personalmente del gregge che gli è stato affidato dal Padre, mostrando che la vera leadership è servizio disinteressato e frutto di amore.
Gesù si contrappone alle istituzioni religiose del suo tempo, che opprimevano il popolo, presentandosi come uniche e vere guide, attraverso uno stile di vita ben diverso da quello dei farisei. Ed è proprio in questo contesto che Gesù definisce se stesso come «la Porta», usando un’immagine molto concreta e incisiva.
All’epoca, è bene sottolinearlo, il pastore dormiva fisicamente nell’apertura del recinto e chiunque volesse entrare o uscire doveva letteralmente passare su di lui.
Ma il significato biblico della porta ci suggerisce anche un’altra immagine, chiara e significativa: la porta separa il “dentro” (la sicurezza, la casa) dal “fuori” (i pericoli, i lupi).
Gesù quindi ci dà il criterio per comprendere cosa è bene far entrare nel nostro cuore e cosa è meglio lasciare fuori.
Possiamo ancor meglio attualizzare questa immagine ricordando che la fede non è un recinto chiuso o una prigione di regole, ma piuttosto un punto di passaggio che permette di esplorare il mondo con sicurezza, nella consapevolezza che l’unica via che ci porta alla meta è Cristo. Non esistono scorciatoie per arrivare a Dio o alla felicità piena; bisogna passare attraverso l’umanità di Cristo, i suoi gesti e le sue parole.
Cristo ci guida e protegge e continua a parlarci perché possiamo imparare a distinguere subito la sua voce da quella dei ladri. Infatti, il buon Pastore chiama le pecore per nome, esprimendo così una relazione personale e le guida camminando davanti a loro. Non le spinge; le accompagna in modo amorevole verso i pascoli migliori, dando loro tutto ciò di cui hanno bisogno.
Soprattutto, Gesù è la “Porta”: l’unico passaggio legittimo e sicuro verso la salvezza.
Nel mondo contemporaneo, spesso la Chiesa o la fede sono percepiti come recinti chiusi, vetusti e limitanti. Gesù rovescia questa prospettiva: Egli è una porta sempre aperta, senza limiti di angustie temporali.
Attraverso di Lui si “entra ed esce” (v. 9), il che significa che si è liberi dalla mondanità e tuttavia non isolati, né ripiegati su di sé. Egli è l’unica Porta per una vita autentica, contrapposta alle false porte che chiudono l’uomo in una sterile autoreferenzialità.
In un’epoca di anonimato digitale e di “follower” impersonali, Gesù ci assicura che Lui ci chiama per nome, riconoscendo ed esaltando la dignità del singolo, contro l’indistinto rappresentato dalla massa. Ogni cristiano è prezioso, amato e riconosciuto personalmente dal Signore Gesù.
Viviamo oggi nella cultura degli “hackeraggi”, dei trucchi per arrivare a soldi facili, a relazioni usa-e-getta.
Chi sceglie la “porta” dell’onestà e della pazienza, non cerca scorciatoie che non portano da nessuna parte e lasciano con il vuoto interiore. La Parola di Dio ci sollecita a passare per la porta della coerenza evangelica; anche se è più stretta, è la via sicura per arrivare a Dio senza deviazioni che impoveriscono le nostre energie.
La vita cristiana si gioca nel silenzio e nell’ascolto della Parola, l’unica capace di sintonizzare il cuore sulla frequenza di Gesù. La “vocazione” è, in primo luogo, la capacità di distinguere la voce del Buon Pastore dalle “voci degli estranei”.
Il Buon Pastore non offre una vita tranquilla, ma una vita piena, significativa, capace di dono e di accoglienza.
La metafora pastorale, comune nell’Antico Testamento (Ez 34, Sal 23), viene così elevata a rivelazione cristologica. Gesù non è soltanto un pastore, ma il Bel Pastore (ho poimēn ho kalos), termine che indica bellezza, bontà e autenticità.
La pericope giovannea che oggi la Liturgia ci offre presenta una cristologia soteriologica: Gesù è il Pastore che salva, conduce al Padre e nutre i suoi. L’immagine della pecorella smarrita (presente nei sinottici Lc 15, Mt 18) si fonde qui con la visione giovannea del pastore che offre la vita, contrapponendosi al mercenario che fugge. Attualizzare questo passo significa riconoscere Gesù come guida fidata che conosce intimamente, protegge e unisce tutti i credenti, invitandoli ad ascoltare la sua voce, ben distinta da quella dei tanti “falsi pastori” moderni.
L’immagine del Buon Pastore è quindi per ciascuno di noi la chiamata a passare da un’appartenenza religiosa formale a una relazione di fiducia e di sequela quotidiana, sentendoci sempre accompagnati da Lui.
Per la riflessione personale:
- Sono consapevole del grande dono di poter ascoltare la voce autentica del Signore attraverso le divine Scritture?
- So dare il primo posto alla Parola del Signore, ridimensionando le molte altre parole che provengono dal mondo?
- Voglio dedicare un po’ di tempo, in questa giornata, per godere sentendo pronunciare il mio nome dal Signore Gesù?




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