padre Ermes Ronchi”QUESTIONI DI GIUSTO SAPORE”

Domenica 10 Maggio (DOMENICA – Bianco)
VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 8,5-8.14-17   Sal 65   1Pt 3,15-18   Gv 14,15-21

di padre Ermes Ronchi

Amatevi come io vi ho amato. Non quanto, ma come, con lo stile di chi ama per primo e in perdita. Amare è questione di qualità, di stile, di esattezza, di giusto sapore.

Se c’è un Vangelo dal sapore mistico, è questo. La sua prima parola è un “se”: se mi amate. Un punto di partenza libero, leggero, paziente. Nessuna minaccia o ricatto, puoi aderire e rifiutarti in totale libertà. Ma, “se mi ami”, ci saranno conseguenze, “impossibile amarti impunemente”, cantava padre Turoldo: amarlo è pericoloso, si paga in moneta di vita.

In questo brano Gesù chiede per la prima volta esplicitamente di essere amato. Finora aveva detto: Amerai Dio, amerai il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri…ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell’amore. Non lo rivendica, lo spera. Perché l’amore non si impone, non si finge, non si mendica.

In questi sette versetti per sette volte Gesù ripete le preposizioni “con, presso, in”: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, voi in me, io in voi. Come tralci uniti alla madre vite, goccia nella sorgente, scintilla del roveto, respiro nel suo vento. «Pisciculi Domini, pesciolini del Signore immersi dentro il suo mare» (Tertulliano).

Chi osserva i ‘miei comandamenti’ rivendica Gesù, ‘ i miei’. Non quindi le antiche Dieci Parole, ma quei gesti che riassumono la sua vita, quelli che vedendoli non ti puoi sbagliare perché è davvero Lui: quando lava i piedi, spezza il pane, prepara il pesce per i suoi amici dopo una notte di fatica, quando vede il dolore, si ferma e tocca.

Dire che il ‘suo’ comando è l’amore, non è esatto. Amare lo hanno fatto in molti, sotto tutti i cieli, in tutti i tempi. Il ‘suo’ comando non è neanche ama il prossimo tuo, è già nella Legge di Mosè. E neppure: ama il prossimo come te stesso, perché non posso essere io il metro o la bilancia dell’amore. Il comando davvero ‘suo’ è: Amatevi come io vi ho amato. Non quanto, ma come, con lo stile di chi ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio, ama fino in fondo, di un amore asimmetrico, unilaterale, senza clausole. Amare è questione di qualità, di stile, di esattezza, di giusto sapore.

E c’è in questo Vangelo come un girotondo, un testacoda. Il primo versetto constata: Se mi amate osserverete i comandamenti e l’ultimo versetto capovolge la frase: Se osservate i comandamenti mi amate. Sembrano contraddirsi: il primo dà come un anticipo all’amore sul fare; l’ultimo trasferisce questo primato al fare rispetto al sentire. Si tratta non di contrapporre i due versetti, ma di sovrapporli, leggendoli insieme: le mani rivelano il cuore, ma è il cuore che muove le mani.

“Io vivo e voi vivrete”. Una vita che sarà come la mia, di una qualità indistruttibile, capace di attraversare la storia e l’eternità. Fede viva è passare da un cristianesimo di semplice conforto a un cristianesimo di innamoramento: tornare tutti ad amare Dio da innamorati e non da perdenti o da sottomessi.

Allora vivremo. Allora sì.


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