Don Paolo Scquizzato OMELIA XII domenica del Tempo Ordinario. Anno A

A monk in brown robes sitting on a stone bench, holding two sparrows in his hands in a garden courtyard

Domenica 21 Giugno (DOMENICA – Verde)
XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ger 20,10-13   Sal 68   Rm 5,12-15   Mt 10,26-33

di Don Paolo Scquizzato🏠home

«Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure, nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro».

Questo passaggio del Vangelo di oggi è uno di quelli che meritano di essere liberati da secoli di equivoci. Letto superficialmente, potrebbe far pensare che persino la caduta di un passero sia decisa da Dio, come se ogni morte, ogni tragedia, ogni sofferenza fosse inscritta in un imperscrutabile decreto divino. E da qui il passo è breve: immaginare che Dio voglia la morte di un bambino, una malattia devastante, una guerra, un terremoto. È l’antica idea racchiusa nel proverbio: «Non cade foglia che Dio non voglia».

Eppure, quante ferite ha prodotto questa immagine di Dio! Quante volte, davanti a una bara troppo piccola, abbiamo sentito parole che vorrebbero consolare e invece rischiano di aumentare il dolore: «Dio l’ha voluto con sé», «ha raccolto il fiore più bello», «era il suo disegno». Ma quale padre potrebbe desiderare la morte di un figlio? Quale amore potrebbe nutrirsi della perdita di ciò che ama?

Il testo evangelico dice qualcosa di molto diverso. Letteralmente, Matteo scrive: «Uno di essi non cadrà a terra senza il Padre vostro». Non afferma che il Padre lo faccia cadere, né che lo voglia. Dice piuttosto che nessuna creatura cade nella solitudine dell’abbandono. Anche quando un passero precipita, anche quando una vita si spegne, anche quando il dolore sembra avere l’ultima parola, il Padre è lì. Presente. Coinvolto. Partecipe. Mai responsabile della caduta, ma sempre solidale con chi cade.

È una differenza immensa. Da una parte c’è un Dio che decide gli eventi; dall’altra un Amore che li attraversa con noi. Da una parte il sovrano che dispone; dall’altra la Presenza che accompagna.

Come scrive Carlo Molari: «Nel cosmo e nella storia degli uomini, Dio non fa nulla in più di ciò che operano le creature. La forza creatrice non agisce accanto o al posto delle cose o delle persone, ma le alimenta in modo che esse siano e possano operare». Dio non interviene dall’esterno come un burattinaio che tira i fili della storia. Egli opera dal di dentro, come energia di vita, come respiro che sostiene ogni essere nel suo divenire.

L’amore, infatti, non sostituisce mai l’amato. Non invade il suo spazio. Non annulla la libertà delle creature e nemmeno le leggi profonde dell’universo. L’amore accompagna, sostiene, ispira, consola, ma non manipola. Dio è la presenza silenziosa che abita ogni dolore e ogni gioia, ogni nascita e ogni tramonto. È il respiro che sostiene la vita nel suo incessante trasformarsi, la profondità che custodisce ciò che di più vero siamo. Là dove qualcosa sembra finire, egli continua a raccogliere, conservare e trasfigurare tutto ciò che è stato amore, relazione, tenerezza, bellezza. Nulla viene dimenticato, nulla si perde nel nulla. Forse la fede non consiste nel credere che tutto accada perché Dio lo vuole. Consiste piuttosto nel credere che nulla di ciò che accade possa separarci dalla profondità dell’Amore. Che nessuna lacrima vada perduta. Che nessuna esistenza sia inutile. Che nessuna ferita sia dimenticata.

Molte cose restano incomprensibili. La sofferenza innocente continua a sfidarci. La morte continua a sembrarci uno scandalo. Non possediamo la chiave della storia, né comprendiamo la trama nascosta degli eventi. Ma possiamo intuire che sotto l’apparente frammentazione del reale esiste una fedeltà più grande delle nostre paure.

Per questo risultano così luminose le parole di Oscar Milosz:

«Tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che (il cielo sia lodato!) non è la nostra».


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