Lila Azam Zanganeh”Degni di accoglierlo”

Elderly woman giving a glass of water to a young man smiling

Domenica 28 Giugno (DOMENICA – Verde)
XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
2Re 4,8-11.14-16   Sal 88   Rm 6,3-4.8-11   Mt 10,37-42

di Lila Azam Zanganeh

Devo ammettere che questo passo evangelico mi ha sconvolto, addirittura spaventato. «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me», dice Gesù in Matteo, 10. Dà la sensazione di un comandamento impossibile, e quindi di una rapida esclusione dal Paradiso. Anche se la parola greca originale per “degno”, axios, significa “meritevole di essere riconosciuto”. Degno nel senso più nobile, quindi, degno di cuore e di anima, e anche delle azioni. Significa, qui, consegnarsi al bene, con la “b” minuscola. Per un istante mi sento più in pace con quel primo verso. Comincio anche a pensare che Gesù soprattutto non si riferisca alla sua persona umana ma a quella divina; intende “Gesù” come atto di amore puro, che sovrasta e avvolge ogni altro amore: luce da luce, Dio da Dio. Qui Matteo sembra ricalcare Giovanni, quando quest’ultimo afferma che Cristo è il verbo di Dio. Quindi la vocazione dei discepoli — e a suo tempo la nostra — è quella di rimanere il più possibile vicini al verbo, logos spermatikos.

Ma poi arriva un altro colpo, un’altra richiesta ai vertici più alti, quasi fuori dalla portata delle possibilità umane. «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Di nuovo, lo standard di riferimento è talmente alto che appare impossibile. È un volto più severo di Cristo che oggi vediamo spiccare nelle crocifissioni nelle chiese europee. In passato le crocifissioni spesso raffiguravano anche l’aldilà e la luce della resurrezione, sebbene poi, a poco a poco, quelle immagini lasciarono il posto a rappresentazioni più minacciose della sofferenza. Anche l’ingiunzione successiva sembra un pugno: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Di nuovo, la tonalità qui è radicale. Il regno di Dio appare terrificante. Per ottenerlo, non solo devi perdere la vita, ma devi rinunciarvi volontariamente. Essendo di lui, di Cristo, i veri fedeli conosceranno l’infamia e il sacrificio supremo sulla Croce. Tuttavia, la luce eterna è più grande delle soddisfazioni temporali. Perciò i discepoli devono riporre la loro fiducia in lui e seguire il suo cammino. Anche le prove fanno parte del cammino: ad angustam per augusta.

Ma poco a poco, quasi impercettibilmente, qualcosa cambia e prende una nuova direzione: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». Questo è più facile da accettare: chi accoglie i discepoli in tutto il mondo accoglie Cristo, e chiunque lo accoglie accoglie Dio stesso. Questo riesco a comprenderlo, e persino a conviverci felicemente.

Poi segue un verso che sembra più in linea con la nostra sensibilità. «Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta». Ancora una volta, questo è diverso dai soliti racconti di Matteo. Ma qual è la ricompensa di un profeta, o anche solo semplicemente di un giusto? La parola greca dikaios è comunemente usata nel Vangelo, “fare bene secondo Dio e i suoi comandamenti”. La parola ebraica chasid potrebbe avere un significato simile nell’ebraismo poiché indica “vicinanza alla Torah”. Ciò che Matteo intende con “ricompensa del giusto” potrebbe essere collegato alle prime comunità cristiane, conosciute per la loro pietà e per il fatto di porre la carità sopra ogni altra cosa, ma nessuno lo sa per certo.

E ora viene la gemma, la vetta: «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Qui Gesù chiede ai fedeli di fare la cosa giusta con i “piccoli”, con il dono più semplice di “un bicchiere d’acqua fresca”. Che cosa intende con questo dono? Niente di meno, e niente di più, della soddisfazione di partecipare allo spirito di Cristo, come se noi stessi incarnassimo Cristo, fossimo lui in quel preciso istante, in quel gesto. Per quanto piccoli o non riconosciuti possano essere, questi doni offrono anche a noi la vita e la luce di Cristo. Ci incarnano nella sua parola. 


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