Battista Borsato”Più umani”

Golden wheat field with green plants in foreground and farmhouse in distance under blue sky

Domenica 19 Luglio (DOMENICA – Verde)
XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sap 12,13.16-19   Sal 85   Rm 8,26-27   Mt 13,24-43

di Battista Borsato

“Un uomo ha seminato del buon seme nel suo campo…il suo nemico seminò della zizzania”. Chi è questo campo? Viene naturale, anche per una atavica educazione, pensare che questo campo rappresenti il mondo dove accanto a situazioni e atteggiamenti positivi ci si imbatte in fenomeni negativi come le ingiustizie, le disuguaglianze, le lotte per avanzare. Addirittura queste negatività venivano cos accentuate da oscurare la presenza del grano, cioè i valori positivi che c’erano. Dalla parabola si può invece arguire che il grano fosse più abbondante della zizzania. Nella predicazione passata, ma spesso infelicemente presente ancora in alcuni movimenti cristiani, si puntava più sulla presenza della zizzania (il male) e meno sul grano (il bene). C’era una visione pessimistica che non è in linea con questa parabola, dove il grano è la parte più significativa. Ma il campo rappresenta anche noi stessi. Ciascuno di noi è un insieme di grano e di zizzania. E ciascuno più che a guardare la zizzania dovrebbe vedere il grano, la positività che lo abita: i doni, le capacità, le scelte positive che compie. Dovremmo imparare ad amare di più noi stessi e vincere l’autosvalutazione e l’autocondanna. È importante riprendere un rapporto amorevole con noi stessi, e acconsentirci di essere quello che siamo. Non si tratta di non vedere le zizzanie che ci insidiano, ma più coltiveremo un rapporto positivo con noi stessi più cresceremo. Senza voler diventare perfetti, solo permettendo di essere quello che si è, avremo la voglia e la forza di crescere.

Bisogna accettare il limite, la fragilità e anche il peccato: questi fanno parte della vita umana e, naturalmente di un percorso spirituale. Lo espone con semplicità Papa Francesco: “Un religioso che si riconosce debole e peccatore, dentro le sue debolezze, può diventare più umano, più compassionevole”. In questa linea è pure il monaco Micael Daniele Semeraro: “Accettare l’ambiguità che è in noi, saper vivere nella debolezza senza interrompere, ciò nonostante, il cammino, prendere coscienza che mai saremo la persona che abbiamo sognato, un militante puro e duro, è il modo di essere uomini e anche credenti. Occorre saper morire alle attese su noi stessi e saper vivere nella fragilità. Questo non per rinunciare a crescere, ma per accettarci come siamo e vivere in maniera realista: saremo più vicini al pubblicano che si pente e accetta la sua debole umanità, che al fariseo che si sentiva superiore perché era un rigoroso osservante”. (cfr. Lc 18,9-14) Il “campo” raffigura pure la Chiesa. Si deve riconoscere che anche la Chiesa è al contempo grano e zizzania. La zizzania non è solo fuori di essa, nel mondo, ma anche dentro di essa. Sant’Agostino affermava che la Chiesa è una casta meretrice, santa e peccatrice come Pietro. Ricordiamo i due Pietro tramandatici dal Vangelo: quello che per primo riconosce Gesù come il Cristo e Messia, e quello che lo rinnega, che stenta a credergli, che non accetta un Messia debole. C’è un Pietro santo e un Pietro satana. Ecco perché anche la Chiesa è peccatrice, fallibile, sempre bisognosa di conversione. E come tale deve sentirsi più discepola che maestra. Una delle molte, sorprendenti espressioni coniate dal Concilio è questa: “Ecclesia semper reformanda”, la Chiesa è sempre da riformare ed essa si rinnova ammettendo i propri sbagli. Il nostro Papa, con grande coraggio, dà l’esempio per primo. “Lasciate che l’una (zizzania) e l’altro (il grano) crescano insieme”. Questa affermazione è di una ariosità sconvolgente. Ha cambiato e cambia l’immagine di Dio. Viene sostituita la vecchia immagine di un Dio severo, esigente, duro, con un’altra immagine, piena di luce, di attesa, di speranza. Dio non elimina, attende. Ci sono due modi di guardare la vita: i servi vedono innanzitutto le erbacce, il negativo, il pericolo, il padrone invece, vede innanzitutto il buon grano. La zizzania è secondaria, viene dopo. Noi dobbiamo conquistare lo sguardo di Dio su noi stessi prima di tutto, perché se non vediamo la luce in noi non la vedremo in nessuno. Dentro di me frulla un comando che rivolgo pure a voi: “Il grano per diventare buono non ha forse bisogno di confrontarsi con la zizzania”?

Due piccoli impegni.

  • Avere uno sguardo positivo su noi stessi e sul mondo.
  • Accettare il limite e la fragilità per essere più umani.

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