Don Marco Ceccarelli Commento XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Jesus giving bread and fish to people gathered outdoors near a lake.

Domenica 2 Agosto (DOMENICA – Verde)
XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 55,1-3   Sal 144   Rm 8,35.37-39   Mt 14,13-21

di Don Marco Ceccarelli

Testi di riferimento: Es 16,3-13; Nm 11,21-22; Dt 8,3; 1Sam 9,13; 1Re 17,12; 2Re 4,42-44; Sal
22,27; 23,5; 36,9; 63,6; 78,18-29; 81,14-17; 127,2; Pr 4,4; 9,5; Is 25,6; 30,20-21; 44,3; Ger 31,3.14;
Am 8,11-12; Ag 1,6; Mt 4,3-4; 6,11; 9,36; 10,28-31; 15,32-34; 16,8-11; 22,4; 26,26; Lc 1,53;
24,30; Gv 6,27; 48-58; 7,37; 10,28-30; At 27,35; Rm 14,6-9; 1Cor 10,16; 11,24; Fil 4,19

  1. Il miracolo nel deserto.
  • Il luogo deserto. Il brano di Vangelo odierno narra un miracolo di Gesù riportato da tutti gli evangelisti. Ognuno di loro sottolinea aspetti particolari che ci aiutano a comprendere la prospettiva dell’evangelista e il senso del miracolo. Così in Mt, con i richiami al luogo deserto (cfr. vv. 13.15.17), è accentuato il riferimento all’esodo degli Israeliti nel deserto (Es 16). Il deserto non è tanto un luogo arido, infatti c’era l’erba! (v. 19), ma è mancante di cibo (v. 17), di ciò che permette di vivere. In luoghi deserti non si può “acquistare” cibo, come invece è possibile fare in città. Le folle venivano dalle città (v. 13) per Gesù; ma i discepoli consigliano a Gesù di rimandarle alle città per comprare cibo (v. 15). Anche gli Israeliti, al tempo dell’esodo, volevano tornare in Egitto dove avevano la sicurezza del cibo (Es 16,3; Nm 14,4). Il miracolo nel luogo deserto dice che Gesù è in grado (ma lo sono anche i suoi discepoli!) di provvedere il cibo e la vita, anche dove non si trova.
  • Il pane che avanza. Come era stato per gli Israeliti durante l’esodo, le folle mangiano, si saziano, e inoltre ne avanza (Mt 14,20). Questo evoca la manna che cadeva nel deserto il sesto giorno. Normalmente la manna non poteva essere conservata perché il giorno seguente era già corrotta (Es 16,20). Non così però per quella che cadeva il sesto giorno. Essa doveva essere raccolta anche per il giorno successivo, cioè il sabato; e tale manna del sesto giorno rimaneva incorrotta. L’idea soggiacente è che Gesù offre un cibo – e quindi una vita – superiore al nutrimento quotidiano perché è un cibo che non perisce (Gv 6,27).
  1. Il riferimento all’ultima cena. Il nostro miracolo rimanda però anche al mistero dell’eucarestia (si usano gli stessi quattro verbi fondamentali). Nel regno dei cieli, in cui Gesù invita tutti ad entrare, esiste un banchetto (cfr. Mt 22,1ss.) offerto da Gesù stesso, e di cui egli stesso è il cibo. Il pane che non perisce è Cristo stesso. La “compassione” divina che si è fatta presente in Cristo offre oltre alla guarigione (v. 14), cioè a una vita migliore e più duratura, il cibo necessario per vivere. In questo ha un ruolo fondamentale la Chiesa. Qualche domenica fa abbiamo ascoltato da Mt 9,36ss. una situazione analoga in cui Gesù, sentendo compassione per la folla, comanda ai discepoli di fare qualcosa. In quel caso li invia ad annunciare il regno di Dio, a guarire gli infermi e a cacciare i demoni. Sono le cose che aveva fatto lui stesso e che ora egli vuole siano portate avanti dai suoi discepoli. La stessa dinamica appare nel brano odierno (e anche nella seconda moltiplicazione dei pani in Mt 15,32ss.). È Gesù che ha compassione, che agisce, che vuole sfamare la folla e lo fa; ma non lo fa senza i discepoli. Il riferimento all’ultima cena è evidente. Lì infatti Gesù comanda ai discepoli di continuare il memoriale della sua pasqua (Lc 22,19). Senza la Chiesa non c’è il memoriale della pasqua di Cristo, nella quale si attualizza il mistero pasquale per la salvezza degli uomini. Se Gesù ha voluto così non possiamo sorvolare su questo. Non possiamo pretendere di avere un rapporto diretto con Cristo, quando lui stesso ha voluto agire in funzione nostra attraverso i suoi discepoli, cioè attraverso la Chiesa.
  2. Cristo è sufficiente
  • La chiave per capire il segno che Gesù compie sembra risiedere nel dialogo dei vv. 15-16. Nell’affermazione dei discepoli («congeda la folla …») traspare una convinzione che appartiene non di rado, in forma più o meno esplicita, alle persone che seguono Cristo. Per quanto egli sia importante, c’è qualcosa che tuttavia lo supera; c’è qualcosa che ad un certo punto ti fa dire: adesso basta, adesso mi devo dedicare a qualcos’altro. Cristo non può monopolizzare la totalità dell’esistenza; è necessario dedicarsi anche ad altre cose. In particolare, la necessità di mantenersi in vita supera d’importanza anche lo stare con Cristo. Si tratta di una costante tentazione nella fede. Rimane sempre qualcosa di più importante, di più necessario di Dio. È la tentazione d’Israele nel deserto. Quando la loro vita è in pericolo gli Israeliti rimpiangono l’Egitto, perché è meglio vivere in schiavitù che morire con Dio. Dio va bene; ma fino a un certo punto. La religione, la fede, lo spirito, ok! Ma bisogna pensare anche al corpo, al mantenersi in vita. Come se il rapporto con Dio fosse importante sì, ma pur sempre una delle tante componenti vitali per l’esistenza. Per questo Jahvè aveva portato Israele nel deserto, perché sperimentasse che invece Lui è sufficiente. Dio basta. Dio non è uno dei tanti mezzi con cui l’uomo cerca di risolvere i problemi legati alla sua esistenza, per cui quando i mezzi umani non bastano ci si rivolge a Dio, e quando Dio non basta ci si rivolge ai mezzi umani. In questo caso Dio è equiparato ad un idolo. È la grande tentazione. Anche Gesù è stato sottoposto a questa tentazione del pane nel deserto (Mt 4,3-4). Dio invece è tutt’altro. Dio è il padrone della vita. Se siamo con lui non abbiamo bisogno di cercare la vita altrove, perché nulla ci può separare dal suo amore (seconda lettura). L’esperienza del deserto serve a insegnare che non c’è nulla di più necessario di Dio. Se non si capisce questo, l’apostasia sarà una tentazione costante davanti a qualsiasi situazione percepita come una minaccia.
  • La stessa cosa fa Cristo. Egli vuole insegnare, innanzitutto ai suoi discepoli, che «non è necessario che essi vadano» (v. 16). Si corre sempre il rischio di pensare che c’è qualcosa di più importante che la fede, che l’amare Dio sopra ogni cosa. È sempre presente il rischio, anche e soprattutto per gli uomini di Chiesa, di pensare che la gente ha più bisogno di altre cose che di Cristo. C’è bisogno anche di costruire scuole, di allestire ospedali, di portare cibo. Eppure, proprio noi discepoli tentati di lasciare che la gente si allontani da Cristo pur di salvarsi la vita, siamo coloro che possiedono ciò di cui la gente ha più bisogno, del vero cibo, della vera vita. E proprio noi siamo i primi a doverlo capire e credere. Se Cristo dice ai suoi discepoli «date voi da mangiare a loro», è perché Gesù sa che la chiesa ha a disposizione il vero cibo per saziare la fame degli uomini. Per questo in Mt 16,8-11 Gesù rimprovera i discepoli, preoccupati della mancanza di cibo, di essere senza fede e senza comprendonio per non avere capito i due miracoli dei pani. I due miracoli erano innanzitutto per loro, perché non dubitassero che Cristo è l’unica cosa necessaria, è l’unico vero cibo di cui preoccuparsi. E questo cibo è la persona stessa di Cristo che nell’ultima cena, dopo aver preso, benedetto, spezzato e dato il pane, dirà: “Questo è il mio corpo”, cioè se stesso per la vita del mondo. E i discepoli dovranno continuare a dare la persona di Cristo agli uomini. Non è facile capire questo. Il fatto è che tutto ciò, per quanto bello sia, sembra sempre un modo di dire, qualcosa di poetico mentre la cruda realtà è diversa. Così non capiamo perché Gesù abbia detto di non preoccuparsi del cibo e del vestito, perché il Padre nostro celeste sa di cosa abbiamo bisogno (Mt 6,25-32). Invece occorre cercare prima il regno di Dio e tutto ci sarà dato (Mt 6,33). Cristo è il regno di Dio, l’unica cosa veramente necessaria (Lc 10,42), e da lui ci viene il cibo che sazia la fame di ogni vivente. Fra i risvolti ironici di cui i Vangeli sono disseminati, è curioso in questo brano che i discepoli sembrano avere un atteggiamento più attento ai bisogni concreti della gente rispetto a Gesù. Sono essi che esortano Gesù ad interrompere la sua attività per lasciare che la folla vada a comprarsi da mangiare. Si tratta di un’attenzione umana che riflette quella, ad esempio, dell’episodio della donna che supplica Gesù di esaudirla e, mentre lui resiste, i discepoli lo pregano di ascoltarla (Mt 15,23). Si tratta appunto di un tocco di ironia, con cui si mostra che a volte la nostra presunta bontà, umanità, carità, non lo è affatto. Anche se possiamo pensare – esplicitamente o implicitamente – di essere più umani di Gesù, chi ha veramente compassione della folla e sa di cosa essa ha bisogno è soltanto Cristo. E gli stessi discepoli sono in grado di fornire loro tale “cibo”.

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