Alessandro Cortesi O.P. Commento XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 23 Agosto (DOMENICA – Verde)
XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 22,19-23   Sal 137   Rm 11,33-36   Mt 16,13-20

di Alessandro Cortesi O.P.🏠home

Le chiavi sono segno che ritorna nelle letture di oggi. Isaia ne parla richiamando alla simbolica delle chiavi come segno di responsabilità. Al tempo del re Ezechia (718-687 a.C.), viene destituito un funzionario, criticato dal profeta per la sua sete di potere. E sono affidate le chiavi, simbolo di autorità, segno di una responsabilità importante, ad un altro.  In Apocalisse è ripreso questo testo in una delle lettere alle sette chiese (Ap 3,7-13) “Così parla il Santo, il Verace, colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre”. Le chiavi sono riportate al Santo, il Cristo Risorto: è Lui il Vivente che rivolge il suo messaggio alle diverse chiese dell’Asia minore. E’ lui il Messia che ha la chiave di Davide.

Il simbolo delle chiavi ritorna anche nel vangelo di Matteo (16,19) nel dialogo tra Gesù e Pietro: “a te darò le chiavi del regno dei cieli… “. Gesù domanda ai suoi: ‘La gente chi dice che sia il figlio dell’uomo?’. Compare uno tra i titoli di Gesù come messia: figlio dell’uomo rinvia alla pagina del libro di Daniele (cap. 7). E’ una figura degli ultimi tempi, conosciuta ai tempi di Gesù. Lo sappiamo anche dai libri delle Parabole di Enoc. Verrà in rapporto ad un giudizio: gli imperi umani riveleranno la loro pochezza di fronte alla signoria di Dio. Simon Pietro risponde ‘Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente’. Riconosce Gesù come messia e figlio. Il titolo Figlio del Dio vivente esprime la fede post-pasquale di Pietro, che trova nella risurrezione di Gesù il suo punto di riferimento. Gesù è riconosciuto nel suo rapporto unico con il Padre. E Gesù affida a Pietro una responsabilità. Ma Pietro deve ancora scoprire che quanto ha detto non proviene da lui ma è dono gratuito: il suo rapporto con Gesù si fonda su un dono del Padre. A lui Gesù affida un compito in relazione ad un noi, alla ‘chiesa’: Kefa’ in aramaico significa roccia: tu sei Kefa’ e su questo kefa’ edificherò la mia chiesa.

Il termine ‘chiesa’ traduce l’espressione ebraica qahal, che indica convocazione, comunità che si riunisce in assemblea per il culto di Dio. Gesù indica con l’aggettivo possessivo, la ‘mia’ chiesa indicando così una comunità in rapporto a lui stesso riconosciuto come messia. Le forze della morte non potranno prevalere. La comunità è quindi presentata come luogo in cui non avranno predominio le forze del male. Nel discorso della montagna (Mt 7) Gesù aveva parlato della casa sulla roccia e della casa sulla sabbia. Nessuna tempesta potrà portar distruzione e angoscia. Matteo riprende riferimenti di Isaia (Is 28,16) che parlava di una pietra in Sion con rinvio ad un popolo, un resto che mantiene la fede in Dio come sua stabilità. Gesù vede Pietro come pietra: la sua stabilità sta nella debolezza della sua fede. Ha espresso la fede in Gesù scoprendo che la fede stessa viene da un dono e non è sua proprietà, ma affidamento continuo. Pietro dovrà anche comprendere che il suo cammino dovrà aprirsi ad una conversione e a seguire Gesù sulla sua via. Ed egli fatica ad accettare questo perché Gesù è un ‘messia diverso’ che intende la sua vita come dono e servizio. A Pietro starà il compito di seguire Gesù e di essere suo testimone, così come la comunità che si raccoglie attorno a lui.

Nella chiesa, la comunità – a cui il vangelo di Matteo dà particolare attenzione – continua la necessità di ‘legare e sciogliere’. Questi verbi indicano la funzione di interpretare e cercare indicazioni per la vita in rapporto alla volontà di Dio. Nella comunità sarà necessario continuare lo sforzo di cercare continuamente e sempre di nuovo la volontà di Dio nelle diverse situazioni. Una fatica di interpretazione e di ascolto in cui tutti sono coinvolti. E mantenere il riferimento nel cammino di Gesù, il messia crocifisso.


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