don Lucio D’abbraccio”Perdere la vita per ritrovarla”

Domenica 30 Agosto (DOMENICA – Verde)
XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ger 20,7-9   Sal 62   Rm 12,1-2   Mt 16,21-27

di don Lucio D’abbraccio🏠home

C’è un modo tutto umano di ascoltare le notizie: sentiamo soprattutto la parte che ci fa paura, mentre il resto sembra scivolare via. È quello che succede a Pietro. Gesù dice che dovrà andare a Gerusalemme, «soffrire molto», essere ucciso e «risorgere il terzo giorno». Pietro ascolta la sofferenza e la morte, ma la risurrezione non la sente proprio. Si ferma a ciò che gli fa paura.

​Succede anche a noi. Quando arriva una difficoltà, vediamo subito ciò che perdiamo e facciamo più fatica a vedere ciò che può nascere. Una porta si chiude, un progetto fallisce, qualcosa cambia senza che lo avessimo previsto, e ci sembra che tutto sia finito. È come trovare improvvisamente sulla strada un cartello di deviazione: ci innervosiamo perché volevamo andare dritti. Eppure quella strada diversa può essere proprio quella che ci porterà a destinazione.

​Pietro reagisce così. Prende Gesù in disparte e gli dice: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Sono parole dettate dall’affetto, ma nascondono un errore: Pietro vuole indicare a Gesù quale strada deve percorrere. Vuole un Messia vittorioso, ma senza croce; vuole la gloria, ma senza il dono della vita.

​Per questo Gesù gli risponde con parole durissime: «Va’ dietro a me, Satana!». Non sta rifiutando Pietro. Gli sta ricordando il suo posto: «Va’ dietro a me». Pietro non deve mettersi davanti al Maestro per indicargli la strada; deve tornare dietro di lui e lasciarsi guidare.

​E qui nasce una domanda molto concreta: chi sta davanti nella mia vita? Dio oppure io? Anche nella preghiera possiamo presentare a Dio un problema avendo già preparato noi la soluzione. Gli chiediamo aiuto, ma vorremmo anche stabilire come e quando dovrà aiutarci. E se le cose prendono una direzione diversa da quella che avevamo immaginato, pensiamo che Dio non ci abbia ascoltato. Seguire Gesù significa invece fidarsi anche quando non comprendiamo tutto.

​Poi il Maestro dice: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Rinnegare se stessi non significa disprezzarsi o pensare male di sé. Significa smettere di mettere sempre il proprio io al centro.

​Pensiamo a quando riceviamo una critica. La prima reazione è spesso quella di rispondere, difenderci, dimostrare che abbiamo ragione. Rinnegare se stessi, qualche volta, significa avere la forza di tacere un momento e domandarsi: «E se in quelle parole ci fosse qualcosa di vero?».

​E prendere la croce non significa cercare la sofferenza per il gusto di soffrire. La croce è anche restare fedeli al bene quando costa fatica. È mantenere una parola data quando sarebbe più comodo tirarsi indietro. È compiere bene un dovere anche quando nessuno ci vede. È restituire ciò che non ci appartiene. È non approfittare della debolezza di qualcuno. È dire la verità quando una bugia ci farebbe comodo.

​La croce può essere anche un torto ricevuto. Possiamo trascinarcelo dentro per mesi, raccontarlo continuamente, alimentare il rancore, oppure possiamo decidere che quella ferita non governerà la nostra vita. Perdonare non significa dire che il male è diventato bene. Significa impedire al male ricevuto di continuare a vivere dentro di noi.

​Poi Gesù pronuncia il grande paradosso del Vangelo: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Gesù non ci chiede di sprecare la vita, né di rinunciare alla gioia. Ci chiede di non tenerla stretta soltanto per noi stessi. Una vita vissuta unicamente per difendere i propri interessi, le proprie sicurezze e il proprio orgoglio, alla fine si impoverisce.

​Pensiamo a una sorgente: rimane viva perché dona continuamente la sua acqua. Se quell’acqua viene trattenuta e non scorre più, ristagna. Così è anche la nostra vita. Quando la tratteniamo soltanto per noi, si impoverisce; quando impariamo a donarla, scopriamo che proprio allora diventa più ricca.

​E comprendiamo la domanda di Gesù: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?». Possiamo accumulare cose, cercare approvazione, inseguire il successo, voler apparire migliori degli altri. Ma se per ottenere tutto questo perdiamo la pace, la coscienza e la capacità di amare, che cosa abbiamo realmente guadagnato?

​Gesù, però, non si ferma qui. Conclude dicendo: «Il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». La nostra vita, dunque, ha un valore eterno. Le nostre scelte hanno un peso davanti a Dio.

​Ma non dobbiamo immaginare Dio come qualcuno che sta contando i nostri errori per sorprenderci in fallo. Ogni scelta lascia una traccia: la verità invece della menzogna, il perdono invece del rancore, il bene invece della convenienza. Anche ciò che nessuno vede — un bene compiuto in silenzio, una rinuncia fatta per amore, una parola cattiva trattenuta — non è dimenticato davanti a Dio.

​«Renderà a ciascuno secondo le sue azioni»: non basta dire di seguire Gesù; la sequela deve diventare vita. Alla fine non porteremo davanti al Signore il successo ottenuto o l’immagine che siamo riusciti a dare di noi. Porteremo ciò che siamo diventati e l’amore che abbiamo saputo vivere.

​E c’è un particolare bellissimo: colui che oggi parla della croce è lo stesso «Figlio dell’uomo» che verrà «nella gloria del Padre suo». La croce non è la sconfitta di Gesù. È la strada attraverso la quale egli entra nella gloria. Pietro vede soltanto un Maestro che va incontro alla morte; Gesù gli annuncia invece che la morte non avrà l’ultima parola.

​Rimettiamoci allora dietro al Maestro. Quando vorremmo insegnare a Dio quale strada scegliere, torniamo dietro di lui. Quando la croce pesa, ricordiamoci che non è l’ultima parola. Pietro aveva ascoltato la sofferenza e la morte, ma aveva quasi dimenticato l’ultima promessa di Gesù: «risorgere il terzo giorno».

​La strada cristiana passa attraverso la croce, ma non termina sulla croce. Termina nella vita. E forse è proprio questo che oggi possiamo portare a casa: non tutto ciò che perdiamo è veramente perduto. Quando, per amore di Cristo, perdiamo qualcosa del nostro orgoglio, del nostro egoismo e della pretesa di avere sempre ragione, non diventiamo più poveri. Diventiamo più liberi. E proprio mentre impariamo a perdere qualcosa di noi, cominciamo a ritrovare la nostra vita. Amen.


Rispondi

Scopri di più da #InCammino

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere