Marco Lodoli”Solo sofferenzadove non c’è perdono”

Grieving woman covering her face while seated among war-damaged stone ruins

Domenica 13 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sir 27,33-28,9   Sal 102   Rm 14,7-9   Mt 18,21-35

di Marco Lodoli🏠home

«Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?», domanda Pietro a Gesù nel passo del Vangelo di Matteo 18, 21-35, e la risposta è chiara e memorabile: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Il che significa semplicemente, scandalosamente, che dobbiamo perdonare sempre. È un messaggio fondamentale, ci ricorda che non dobbiamo mai allontanare il fratello, l’amico, il compagno, lo sconosciuto, nessuno, perché la legge dell’amore non concepisce giudizi e condanne. Ma ci ricorda anche che trattenere dentro il cuore un rancore perenne, un astio incancellabile e un desiderio di rivalsa ci fa solo male. Quante volte abbiamo visto persone incapaci di dimenticare un torto subito, di perdonare, cancellare e andare oltre. Quel sentimento scuro diventa un tormento per chi lo prova, è un’infelicità che rende la vita peggiore. Attorno a noi sono crollate lunghe e affettuose amicizie per un’incomprensione, per una disattenzione, forse anche per un comportamento sbagliato. Nella vita purtroppo accade. Basterebbe allora parlare con l’amico, cercare di capire cosa è successo, perché, e ripartire dal perdono e dal sorriso. Invece evitiamo quel confronto chiarificatore e lasciamo che il grumo si trasformi in fretta in un risentimento doloroso, in una distanza dove soffia un vento invisibile e devastante. Dove non c’è perdono, c’è solo sofferenza, da entrambe le parti. Ci si evita, se ci si incontra non ci si saluta, l’amico di tanti anni diventa un nemico, il fratello tanto amato si trasforma in una figura ostile. Basterebbe davvero poco, basterebbe dire non fa nulla, quello che è accaduto non accadrà più, torniamo vicini, camminiamo insieme come è sempre stato. Invece coltiviamo il rancore come una pianta piena di spine, e quelle spine si conficcano nel corpo e nell’anima, sempre più in fondo, e cresce un malumore velenoso, una sfiducia nel prossimo, una malevolenza generale. Ci sentiamo dalla parte della ragione, che non è mai un bel posto: noi abbiamo subito un’offesa e aspettiamo che l’altro si scusi, si umili, si inginocchi davanti alla nostra pena. Quanto sarebbe meglio perdonare, una volta, dieci, settanta volte sette, sempre. Perdonare e abbracciarsi, perché chi sa perdonare sa che siamo esseri imperfetti, tutti quanti, e che solo l’amore ci può tenere insieme, sulla stessa barca fallata che avanza e dondola tra le onde impetuose del tempo, verso le sponde dell’eternità. 


Rispondi

Scopri di più da #InCammino

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere