Francesco Lambiasi “Dio e Cesare”

Speaker reading Bible before audience; banner reads “DATE A CESARE QUELLO CHE È DI CESARE E A DIO QUELLO CHE È DI DIO”. QUANDO CI TROVIAMO DI FRONTE AD UN VERSETTO DEL VANGELO LOGORATO DALL’USO, DUE ATTENZIONI CI POSSONO SALVAGUARDARE DAL RISCHIO DI ANNACQUARE LA PAROLA DI DIO: L’ATTENZIONE AL TESTO E LA CONSIDERAZIONE DEL CONTESTO

Domenica 18 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 45,1.4-6   Sal 95   1Ts 1,1-5   Mt 22,15-21

di Francesco Lambiasi Vescovo emerito e Amministratore Apostolico di Rimini🏠home

“Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Quando ci troviamo di fronte ad un versetto del vangelo logorato dall’uso, due attenzioni ci possono salvaguardare dal rischio di annacquare la parola di Dio: l’attenzione al testo e la considerazione del contesto.

Il contesto di questo Vangelo è quello degli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme. La tensione è al massimo, il cerchio si va stringendo: ora i farisei sferrano l’ultimo attacco al maestro galileo e per “intrappolarlo” si coalizzano con i loro cordiali nemici, gli erodiani. I farisei erano dei nazionalisti e, pur non appartenendo all’ala rivoluzionaria formata dagli zeloti, fomentavano il malumore fiscale contro i romani. Gli erodiani, invece, erano dei collaborazionisti e appoggiavano il potere occupante. La trappola è tesa: come farà stavolta rabbi Jeshù a non farsi incastrare? Se risponderà “no”, si metterà contro l’autorità di Roma, e gli erodiani lo potranno deferire al tribunale di Pilato come ribelle e sovversivo. Se risponderà “sì”, si alienerà il favore del popolo ostile all’occupazione straniera, e si ritroverà isolato.

Veniamo al testo. Sappiamo la risposta di Gesù. Ma la dobbiamo rileggere facendo attenzione a un dettaglio apparentemente marginale. Gesù non usa il verbo dei suoi provocatori, il verbo “dare”. Non dice “date”, ma “rendete”, cioè “restituite” a Cesare… Come a dire: ci sono tante cose che non sono davvero nostre: e anche di salute, benessere, istruzione e lavoro siamo in debito con la società e con lo Stato, insomma con Cesare. Dunque, pagare le tasse si deve.

Ma la novità più folgorante, Gesù la introduce con l’altra metà della sentenza: “e (rendete) a Dio quello che è di Dio”. Cioè: “Restituite, pure, all’imperatore quel che è dell’imperatore, ma quello che è di Dio restituitelo a Dio”. Dunque non più: o Cesare o Dio, ma neanche: un po’ a Cesare e un po’ a Dio. Con quel “ma a Dio”, l’accento cade sulla seconda parte della risposta di Gesù. Perché solo Dio è l’assoluto. Solo Cristo è il Signore di tutti, anche di Cesare!

Insomma ‘Cesare’ e ‘Dio’ non sono due ambiti equivalenti, né due realtà simmetriche e corrispondenti. Non si collocano sullo stesso piano. Non entrano in concorrenza tra di loro. Dio è l’unico che si deve adorare, perché è l’unico Assoluto della vita e della storia. Di più: è proprio la radicale fedeltà dei cristiani a Dio come unico Signore che li rende liberi e responsabili nei confronti di Cesare.

Quelle di Gesù sono parole che valgono anche per noi oggi: solo se ci impegniamo a non relativizzare l’unico Assoluto – Dio – noi riusciremo a non assolutizzare ciò che è relativo, ma non certo irrilevante: lo Stato. In sintesi, affermare il primato di Dio non può significare privare la società civile della sua legittima autonomia. Al tempo stesso, riconoscere uno spazio proprio alla politica non deve sminuire la libertà di coscienza e l’opposizione ad ogni esorbitante pretesa dello Stato.

Siamo pellegrini dell’Assoluto. Riflettiamo. Assumiamoci le nostre responsabilità. Camminiamo insieme.


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