Domenica 18 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 45,1.4-6 Sal 95 1Ts 1,1-5 Mt 22,15-21
di Figlie della Chiesa🏠home
Il brano evangelico della XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) si inserisce nel clima di crescente ostilità e scontro frontale che caratterizza gli ultimi giorni del ministero pubblico di Gesù a Gerusalemme. L’evangelista Matteo evidenzia una dinamica sconcertante: per tentare di «cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi», due gruppi politicamente e religiosamente opposti – i farisei e gli erodiani – decidono di allearsi contro di lui. I farisei avversavano la dominazione romana in nome dell’ortodossia giudaica, mentre gli erodiani erano sostenitori della dinastia erodiana e collaborazionisti dell’impero. L’odio cieco ha la triste capacità di far dimenticare vecchi rancori e di unire forze avverse contro un nemico comune.
Il gruppo inviato da questa coalizione si presenta a Gesù con parole apparentemente elogiative e adulatrici: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità…», le quali nascondono in realtà un’astuta trappola politica e religiosa.
La questione centrale riguarda il tributo dovuto a Roma, introdotto dopo il censimento dell’anno 7 d.C. Si trattava di una tassa personale (census) da versare nelle casse imperiali mediante un denaro d’argento recante l’immagine dell’imperatore Tiberio e l’iscrizione “Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, pontefice massimo”. Questa moneta suscitava profondo risentimento: per gli zeloti il pagamento era un atto di tradimento religioso, per i farisei un dovere subìto nell’attesa della liberazione divina, e per la sensibilità ebraica l’effigie sacrilega violava il primo comandamento che proibiva le immagini scultoree.
La domanda rivolta a Gesù: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» era un vero e proprio trabocchetto: una risposta negativa avrebbe consentito agli erodiani di denunciarlo alle autorità romane come sovversivo sedizioso; una risposta affermativa lo avrebbe invece screditato agli occhi del popolo e dei farisei, in quanto compromesso con l’oppressore pagano.
Conoscendo la loro malizia e la loro doppiezza, Gesù risponde smascherando apertamente la loro ipocrisia: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Quando gli presentano il denaro, Gesù chiede di chi siano l’immagine e l’iscrizione. Alla loro risposta: «Di Cesare», Gesù pronuncia una delle affermazioni più celebri e profonde di tutta la Scrittura: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Con questa sentenza, Gesù sposta il problema dal piano dell’astuzia politica a un livello teologico e profetico superiore. Egli non avalla né la ribellione violenta né la rassegnazione passiva, ma definisce i giusti confini tra il potere umano e la signoria di Dio. A Cesare – cioè allo Stato e all’autorità civile – va dato ciò che gli appartiene: la moneta, il contributo alla vita sociale e il rispetto delle leggi civili per il bene comune. Tuttavia, ciò che porta l’effigie di Cesare è solo il metallo delle monete.
L’uomo, invece, non porta impressa l’immagine dell’imperatore, ma l’immagine e somiglianza di Dio Creatore! Se la moneta va restituita a Cesare perché porta la sua effigie, la vita umana deve essere restituita interamente a Dio, perché porta il Suo sigillo incancellabile. Dio è il Signore della terra e di quanto essa contiene (Sal 24,1); a Lui appartiene tutta la nostra persona, il nostro cuore e la nostra libertà. Togliere Dio dall’esistenza per assolutizzare i poteri terreni finisce per degradare l’uomo e trasformare la società in un inferno di egoismi.
La parola del Vangelo risuona e trova conferma in tutti i testi della liturgia di questa XXIX domenica:
Nella Prima Lettura (Isaia 45,1.4-6) Dio presenta Ciro, re pagano di Persia, come suo “eletto” e strumento per liberare Israele dall’esilio. Dio sostiene la sua destra e lo rende pronto all’azione, sebbene Ciro non Lo conosca, affinché dall’oriente all’occidente si riconosca l’unica verità: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio». Anche le potenze civili storiche rientrano, a loro insaputa, nel disegno provvidenziale dell’unico vero Sovrano.
Il Salmo Responsoriale (Salmo 95/96) proclama la sovranità assoluta del Creatore su tutti i popoli: «Grande è il Signore e degno di ogni lode… Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli». La gloria e la potenza appartengono solo a Dio.
Nella Seconda Lettura (1 Tessalonicesi 1,1-5) San Paolo ringrazia Dio per i credenti di Tessalonica, lodando «l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza». Egli ricorda che il Vangelo non si è diffuso solo a parole, ma con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.
Pertanto, i testi liturgici offrono una chiave teologica fondamentale: la distinzione tra le realtà “penultime” e le realtà “ultime”. Le realtà penultime rappresentano il mondo civile, le leggi, la politica, il lavoro e le monete di Cesare. Il credente non è chiamato all’evasione dalla storia o al disprezzo del mondo, ma a prendersi cura responsabilmente delle strutture umane e della polis. Tuttavia, l’impegno civile trova il suo senso e il suo limite invalicabile nelle realtà ultime: l’unione con Dio e il Suo Regno d’amore.
Stare nel mondo senza essere del mondo – come ricorda la celebre Lettera a Diogneto – significa vivere da cittadini leali ma con la consapevolezza che la nostra vera cittadinanza è nei cieli (Fil 3,20). Quando l’uomo dimentica Dio finisce per sacralizzare Cesare e assolutizzare il suo potere o il proprio interesse privato. Invece, restituire a Dio ciò che è di Dio significa restituirgli noi stessi, la nostra dignità e la capacità di essere a sua immagine e somiglianza.
Oggi questo si traduce nel diventare “artigiani, costruttori e architetti di pace”, rifiutando di barattare la pace con la violenza o la difesa disumana dei propri interessi. Significa abbattere i muri tra oriente e occidente, trasformare i mattoni dell’odio in ponti di fraternità e sostituire i pensieri di vendetta con la benedizione per chi consideriamo nemico.
Tre domande finali per incarnare il Vangelo oggi:
- Quale gerarchia stabilisco nella mia vita quotidiana tra le realtà “penultime” (lavoro, politica, impegni materiali) e la realtà “ultima” (la mia relazione con Dio)?
- Se sulla mia anima è impressa l’immagine di Dio e non quella di Cesare, a chi sta appartenendo davvero la mia vita, il mio tempo e il mio cuore?
- In che modo sto incarnando oggi l’invito a essere “artigiano e costruttore di pace” nella mia comunità e nella società?

Lascia un commento